Meglio che niente

In America lo chiamano “silver bullet”, il proiettile d’argento che uccide il vampiro o qualunque altro mostro e che risolve tutti i problemi con un colpo solo. Davanti alla crisi da coronavirus siamo tutti disperatamente alla ricerca di un silver bullet, e anche se sappiamo che ce ne sarà soltanto uno (il vaccino, sempre che sia efficace) e che ci vorrà ancora molto tempo per ottenerlo, assistiamo a ondate di eccitazione mediatica per questa o quella soluzione. Ma senza vaccino per ora possiamo accontentarci soltanto di soluzioni parziali, e purtroppo fragili. Vediamo che la Germania ha cominciato a preparare gran quantità di test sierologici per capire chi ha immunità contro il coronavirus e chi no, e speriamo che grazie ai test sarà possibile ottenere un “patentino d’immunità” per tornare alla vita normale. Ma purtroppo i test sierologici sono molto imprecisi, almeno per ora, come ha ricordato qualche giorno fa in conferenza stampa Giovanni Rezza dell’Istituto superiore di sanità: “Finora le caratteristiche dei test sierologici non sono del tutto soddisfacenti, l’affidabilità è ben lungi dal 100 per cento”, ha detto Rezza. Qualche giorno fa all’ospedale San Matteo di Pavia hanno provato diversi kit di test sierologici su un piccolo gruppo di persone, e uno di questi kit aveva un tasso di falsi negativi dell’82 per cento. E non cominciamo nemmeno a parlare del fatto che in Cina e Corea del sud decine di pazienti guariti dal Covid sono stati trovati di nuovo positivi. Questo significa che il governo tedesco sta sbagliando tutto con i test sierologici? No, e gli esperti tedeschi sono ben consapevoli che i test possono essere fallaci, ma ci troviamo in un mondo di soluzioni fragili in cui molti esperti stanno adottando un approccio che si potrebbe riassumere con: “Meglio che niente”, e infatti ancora ieri Franco Locatelli del Consiglio superiore di sanità ha ricordato che anche in Italia sono in corso studi sui sierologici che saranno completati nelle prossime settimane. Lo stesso approccio vale con la tecnologia. Siamo abituati a pensare alla tecnologia come a un “silver bullet”. Trattiamo Google come un oracolo, gli imprenditori tech come profeti, e per giorni abbiamo parlato del fatto che una app per rintracciare i contagi ci avrebbe salvato dal coronavirus. Ma una app del genere, per avere una qualche efficacia, dovrebbe essere adottata almeno dal 60 per cento degli italiani come ha detto Antonello Soro, garante italiano per la privacy, che ne ha parlato un paio di giorni fa alla Camera. Sono 36 milioni di persone. Secondo Agcom, Facebook in Italia ha 35 milioni di utenti, e non tutti hanno scaricato la app di Facebook: fatevi due conti. E dunque la app non serve? Serve, e anche molto, ma non è il “silver bullet”, e soprattutto non è un procedimento automatico. Se anche riuscissimo a far installare una app di tracciamento del contagio al 60 per cento degli italiani, ci sarebbe ancora un sacco di lavoro da fare. I due progetti che attualmente sono al vaglio del governo, uno sviluppato dall’azienda tech Bending Spoons e dal Centro medico Santagostino e un altro che si chiama Covid Community Alert, sono entrambi a “bassa manutenzione”, nel senso che si limitano a notificare gli utenti del fatto che sono stati accanto a un malato. (Per facilitare le operazioni, Google e Apple hanno annunciato che metteranno a disposizione dei governi protocolli comuni e sicuri per il contact tracing). Ma gli esempi asiatici di contenimento tecnologico del coronavirus, sia di contact tracing sia di controllo dei quarantenati, mostrano che ogni singola soluzione richiede moltissimo lavoro e presenta risultati che deludono chi spera nel proiettile d’argento. Quello è il vaccino. Per tutto il resto c’è la strategia del “meglio che niente”.

Eugenio Cau – Il Foglio – 11 aprile 2020

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