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Esteri

La tirannia delle divisioni, l’Europa nella tempesta

Tre grandi potenze mettono sotto pressione l’Europa e sono la Russia, la Cina e gli Stati Uniti.

Sergio Fabbrini ha pubblicato un editoriale su Il Sole 24 Ore nel quale descrive l’Unione Europea come una nave in mezzo a una tempesta geopolitica, investita dalle pressioni di tre grandi potenze, appunto la Russia, la Cina e gli Stati Uniti.

Scrive Fabbrini: ”La Russia, con Putin, sta perseguendo un’azione aggressiva e violenta per cancellare l’indipendenza dell’Ucraina e di altri Paesi europei, anche se il suo compito dovrebbe essere esattamente l’opposto, in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Cina, con Xi Jinping, sta perseguendo un’azione di spietata conquista dei mercati europei, sostenendo con massicci aiuti pubblici le sue imprese, pur avendo sottoscritto le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’America, con Trump, sta perseguendo un’azione di indebolimento dell’Europa, la cui integrazione era stata da essa promossa e sostenuta nel secondo dopo-guerra. Lo smantellamento dell’Unione europea (Ue) costituisce l’obiettivo comune delle tre grandi potenze”.

E prosegue: ”Trump così potrà controllare i suoi singoli Stati membri, trasformandoli in suoi vassalli. Putin, perché così potrà estendere la sua sfera di influenza ai Paesi dell’Europa orientale, senza temere reazioni da quelli dell’Europa occidentale. Xi Jin Ping, perché così potrà entrare nei nostri mercati, negoziando condizioni vantaggiose con ognuno dei Paesi europei. Dietro o davanti i poteri pubblici internazionali vi sono quelli privati, le corporations dell’high-tech, anch’essi interessati a smantellare l’Ue per conquistare più facilmente il nostro mercato digitale. In tale mare in tempesta, l’Europa è, non solamente un vascello fragile, ma un vascello il cui equipaggio continua a dividersi sulla rotta da seguire. Considero la Francia come metafora del dibattito europeo”.

E continua: ” C’è una strategia per rafforzare il vascello europeo, concordando sulle cruciali competenze da assegnare al centro per affrontare le sfide comuni, lasciando il resto agli Stati membri. È la formula che Daniel Elazar definì come “shared-rule con self-rule”. Un centro che dovrà dotarsi di una sua autonoma capacità decisionale, mentre gli Stati potranno dotarsi di loro forme istituzionali, purché coerenti con i principi della democrazia, dello stato di diritto e dell’economia aperta. Non importa come chiamare l’esito di questo accordo, importa che esso venga preso prima che il mare in tempesta rovesci il fragile vascello europeo”.

  • La Russia di Putin cerca di ampliare la propria sfera d’influenza attraverso l’aggressione militare contro l’Ucraina e le minacce alla sicurezza europea.
  • La Cina di Xi Jinping punta a conquistare i mercati europei, anche grazie ai massicci aiuti pubblici alle proprie imprese.
  • Gli Stati Uniti di Trump indeboliscono l’integrazione europea, privilegiando rapporti bilaterali con i singoli Stati.

Secondo Fabbrini, pur perseguendo obiettivi differenti, queste tre potenze hanno un interesse convergente: un’Europa divisa e frammentata è più facile da condizionare. Lo stesso vale, a suo giudizio, per le grandi società tecnologiche, che potrebbero conquistare più facilmente il mercato digitale europeo se venisse meno la capacità negoziale comune dell’Unione.

2. La contraddizione europea: divisioni interne proprio quando servirebbe unità

La debolezza europea non dipende soltanto dalle pressioni esterne, ma anche dalle divisioni interne.

Fabbrini prende la Francia come esempio di un confronto che attraversa sia la destra sia la sinistra:

  • Marine Le Pen difende la sovranità nazionale in nome dell’identità politica francese.
  • Jean-Luc Mélenchon insiste sulla sovranità nazionale per proteggere lo Stato sociale.

Le motivazioni sono diverse, ma entrambe le posizioni condividono, secondo l’autore, l’idea che gli Stati nazionali possano recuperare autonomia e capacità d’azione tornando a esercitare individualmente i propri poteri.

Il problema è che le sfide contemporanee — guerra, concorrenza commerciale, rivoluzione tecnologica, crisi ambientale e migrazioni — superano ormai le possibilità dei singoli Stati.

La tesi centrale: nessun Paese europeo, nemmeno uno dei più grandi, dispone da solo della forza necessaria per affrontare efficacemente queste sfide globali.

3. Due modelli da evitare

Fabbrini rifiuta due soluzioni contrapposte.

Il super-Stato europeo

L’idea di concentrare in un’unica struttura statale i poteri politici, fiscali, amministrativi e militari dei 450 milioni di cittadini europei. Fabbrini la considera una soluzione rischiosa per le libertà individuali e sociali, oltre che politicamente difficile da legittimare democraticamente.

La semplice cooperazione fra governi nazionali

Anche mantenere tutti i poteri negli Stati, affidandosi esclusivamente al coordinamento intergovernativo, sarebbe insufficiente. Fabbrini richiama la proposta di Dominique de Villepin di un Consiglio di sicurezza europeo, osservando che non risolverebbe le asimmetrie fra Paesi e potrebbe favorire l’egemonia francese.

In altre parole, né un’unica grande macchina statale europea né una semplice alleanza fra governi nazionali rappresenterebbero, per l’autore, la risposta adeguata.

4. La soluzione: condividere i poteri, non accentrare tutto

Fabbrini propone una terza via, riassunta nella formula di Daniel Elazar: shared-rule con self-rule, cioè governo condiviso per le questioni comuni e autogoverno per quelle nazionali.

Il principio è pragmatico:

  • All’Europa vanno assegnate competenze precise nelle materie in cui l’azione comune è indispensabile, come la sicurezza, la difesa degli interessi commerciali e la competizione tecnologica.
  • Agli Stati nazionali devono rimanere i compiti che possono svolgere meglio autonomamente, nel rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e di un’economia aperta.
  • Alle istituzioni europee occorre garantire un’autonoma capacità decisionale, affinché l’azione comune non dipenda continuamente dal consenso contingente di tutti i governi nazionali.

Non si tratta, dunque, di scegliere fra Europa e Stati nazionali, ma di definire con precisione le rispettive responsabilità.

5. Il significato dell’esempio americano

Per sostenere la propria tesi, Fabbrini richiama James Madison e la Costituzione americana del 1787. Nelle sue note alla Convenzione costituzionale, Madison descriveva il tentativo di costruire un’unione sovrana di Stati sovrani.

È un’apparente contraddizione che, secondo Fabbrini, può diventare una risorsa anche per l’Europa: condividere una parte della sovranità senza cancellare l’autonomia delle entità che compongono l’Unione.

Il punto, quindi, non è tanto trovare una nuova etichetta istituzionale — federalismo o altro — quanto stabilire quali poteri debbano essere esercitati insieme e quali debbano restare nazionali.

Il messaggio politico dell’editoriale

Fabbrini conclude che l’Europa deve liberarsi dalla «tirannia delle divisioni». La contrapposizione fra sovranità europea e sovranità nazionale è, a suo avviso, una falsa alternativa: le due dimensioni possono rafforzarsi reciprocamente se i compiti vengono distribuiti correttamente.

Gli antieuropeisti ragionano secondo una logica a somma zero: se cresce il potere dell’Europa, diminuisce quello degli Stati, e viceversa. Gli europeisti dovrebbero invece adottare una logica a somma positiva: una maggiore capacità comune può accrescere anche la sicurezza e la libertà d’azione dei singoli Paesi.

Il tempo, però, non è illimitato: per Fabbrini, l’accordo sulla distribuzione dei poteri deve arrivare prima che le pressioni geopolitiche rendano l’Unione ancora più fragile.

Una chiave di lettura

Il contributo più importante dell’editoriale è che l’unità europea non richiede necessariamente l’uniformità politica e istituzionale. Richiede, piuttosto, la capacità di distinguere le questioni che ogni Paese può affrontare da solo da quelle per cui la divisione produce una perdita di potere per tutti.

Resta una questione decisiva: come realizzare questa architettura senza che gli Stati più grandi impongano le proprie priorità ai più piccoli e senza che il potere europeo si allontani dai cittadini?

È il nodo democratico che la proposta di Fabbrini lascia aperto: un’Europa capace di decidere deve anche essere un’Europa nella quale le decisioni comuni siano controllabili, legittime e responsabili di fronte ai cittadini.

In definitiva, l’autore non chiede agli europei di rinunciare alle loro identità nazionali, ma di comprendere che la sovranità, nel mondo contemporaneo, può essere più efficace quando viene esercitata insieme, anziché difesa separatamente.

11 ottobre 2026