Nathalie Tocci ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui sostiene che la politica di Donald Trump nei confronti della guerra in Ucraina non dovrebbe più sorprendere: il presidente americano ha mostrato una linea costante, favorevole alle richieste russe e sempre più distante dalle esigenze di sicurezza di Kyiv e dell’Europa. La vera lezione per gli europei è che non possono continuare ad affidare agli Stati Uniti la propria sicurezza senza costruire una maggiore autonomia strategica.
Scrive Tocci: ”Sulla guerra in Ucraina, Trump è sempre stato straordinariamente coerente. Dall’umiliazione di Zelensky alla Casa Bianca all’inizio del secondo mandato al tappeto rosso steso per Putin ad Anchorage, dalla fine degli aiuti militari statunitensi a Kyiv al piano in 28 punti per la capitolazione dell’Ucraina, scritto in linea diretta tra Mosca e Mar-a-Lago, fino all’accordo sul carburante russo e alle ennesime minacce a Zelensky: a Trump si può rimproverare tutto, tranne la mancanza di coerenza e prevedibilità. Altrettanto prevedibile è l’esito delle sue minacce: l’ennesimo buco nell’acqua. A ogni dichiarazione roboante e a ogni minaccia rivolta a Kyiv, l’unico effetto concreto per gli Stati Uniti è la perdita di un ulteriore tassello di credibilità internazionale”.
E prosegue: ”È osceno il tentativo di Trump di rigirare la frittata in vista delle elezioni di metà mandato. Se i prezzi alla pompa sono alle stelle, la colpa è della sua fallimentare guerra contro l’Iran, condotta a braccetto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: una guerra che non solo non è finita, ma si è estesa oltre il Golfo e lo Stretto di Hormuz, riaccendendo il conflitto in Yemen e nel Mar Rosso, con attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita. Non saranno certo le forniture di diesel russo a fare una differenza sensibile e duratura sul mercato globale dell’energia, tanto più che il carburante scarseggia anche in Russia. La responsabilità dell’impennata dei prezzi di petrolio, gas e carburanti non va attribuita agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. La causa principale è la guerra in Medio Oriente, e la responsabilità, sotto gli occhi di tutti, compresi gli elettori americani chiamati alle urne per il Congresso il mese prossimo, è di Trump, straordinariamente inefficace. Da quasi due anni tenta di forzare la mano in Ucraina, concedendo tutto alla Russia, tradendo l’Ucraina e punendo i vituperati europei, che restano al fianco di Kyiv. Senza ottenere nulla. Trump non cava un ragno dal buco perché fa concessioni alla Russia senza chiedere nulla in cambio, e Putin è ben lieto di incassare e di proseguire, rinvigorito, la sua guerra contro l’Europa. E non ottiene nulla perché oggi l’Ucraina dipende dagli Stati Uniti molto meno di due anni fa”.
I cinque punti fondamentali
1. Trump è coerente nel suo avvicinamento a Putin.
Secondo Tocci, le concessioni alla Russia, le pressioni su Volodymyr Zelensky, la riduzione degli aiuti militari e le minacce di interrompere la condivisione delle informazioni d’intelligence non sono episodi isolati. Si inseriscono in una linea politica già evidente, che comprende anche il piano di pace in 28 punti giudicato dall’autrice una sostanziale capitolazione dell’Ucraina.
2. Le pressioni americane colpiscono soprattutto l’Ucraina.
Tocci sottolinea l’asimmetria delle richieste di Trump: a Zelensky viene chiesto di fermare gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe, mentre non viene esercitata una pressione equivalente su Putin affinché interrompa i bombardamenti contro i civili ucraini.
L’eventuale sospensione di Starlink, il sistema satellitare di Elon Musk, aggraverebbe ulteriormente la situazione: secondo l’autrice, indebolirebbe la capacità ucraina di difendersi da missili e droni russi, senza impedire concretamente gli attacchi di Kyiv contro gli obiettivi militari ed energetici russi.
3. Il caro carburanti non si risolve facendo concessioni a Mosca.
Tocci contesta il tentativo di Trump di attribuire agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe la responsabilità dell’aumento dei prezzi energetici negli Stati Uniti.
Nella sua ricostruzione, la causa principale è invece la guerra contro l’Iran, condotta dagli Stati Uniti insieme a Israele, che ha destabilizzato il Medio Oriente e le rotte energetiche, coinvolgendo anche lo Yemen e il Mar Rosso.
La sospensione delle sanzioni sul diesel russo, quindi, non rappresenterebbe una soluzione strutturale al problema dei prezzi.
4. Putin incassa le concessioni, ma non cambia strategia.
È uno dei passaggi centrali dell’editoriale. Tocci sostiene che Trump non ottiene risultati perché concede troppo alla Russia senza pretendere contropartite. Putin può così sfruttare le aperture americane e continuare la guerra.
Nel frattempo, l’Ucraina è diventata meno dipendente dagli Stati Uniti rispetto a due anni prima e dimostra di poter proseguire la propria resistenza anche di fronte alle minacce di Washington.
L’autrice aggiunge che persino Starlink rischierebbe conseguenze commerciali: un servizio satellitare percepito come subordinato alle decisioni politiche del suo proprietario potrebbe perdere la fiducia di altri Paesi interessati a utilizzarlo per comunicazioni strategiche.
5. La lezione decisiva riguarda l’Europa.
È il vero approdo dell’editoriale. Tocci ritiene che gli europei abbiano speso troppe energie nel tentativo di mantenere gli Stati Uniti saldamente impegnati nella difesa dell’Ucraina e dell’Europa.
Se avessero investito maggiormente, e prima, nel rafforzamento delle proprie capacità militari, industriali e strategiche, oggi sarebbero meno vulnerabili alle decisioni di Trump e meno sorpresi dalle sue aperture a Putin.
Il significato politico dell’editoriale
Il ragionamento di Tocci si può riassumere in tre passaggi:
- Per l’Ucraina: le minacce americane non equivalgono necessariamente alla fine della resistenza ucraina, perché Kyiv ha sviluppato capacità e margini d’azione maggiori rispetto al passato.
- Per gli Stati Uniti: le concessioni a Mosca, secondo l’autrice, non producono automaticamente risultati diplomatici e possono compromettere la credibilità internazionale americana.
- Per l’Europa: la sicurezza europea non può dipendere esclusivamente dalla volontà politica di un presidente americano, soprattutto quando le sue priorità divergono da quelle degli alleati europei.
La mia chiave di lettura
Il punto più importante è che Tocci sposta l’attenzione dalla figura di Trump alla responsabilità europea.
La questione non è soltanto se il presidente americano sia favorevole o contrario all’Ucraina, ma che cosa accade all’Europa quando il suo principale alleato diventa un interlocutore imprevedibile o persegue interessi divergenti.
Questa riflessione pone un problema concreto: l’autonomia strategica europea richiede investimenti nella difesa, coordinamento tra i governi, capacità industriali comuni e una politica estera più coerente. Non basta invocarla; occorre sostenerne i costi e superare le divisioni nazionali.
Esiste, tuttavia, una distinzione importante: rendere l’Europa più autonoma non significa necessariamente rompere con gli Stati Uniti. Significa piuttosto costruire una capacità europea di agire anche quando Washington non vuole o non può intervenire.
In conclusione: la lezione che Tocci ricava dall’Ucraina è che la dipendenza strategica diventa un rischio quando l’alleato da cui dipendi può cambiare orientamento senza che tu disponga di alternative sufficienti. Per l’Europa, il problema non è soltanto comprendere Trump, ma prepararsi a non essere paralizzata dalle sue decisioni.
12 ottobre 2026





