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Esteri

C’è della follia nelle esternazioni di Donald Trump?

Dopo le ultime esternazioni del presidente degli Stati Uniti (in caduta libera nei sondaggi per le elezioni di Mid Term) ci si chiede: è mai possibile che l’uomo più potente della Terra, l’uomo che si ritiene il più intelligente del mondo, non gli venga in mente di fare una piccola riflessione. ”Forse non è tutto oro quel che luccica”, ossia non corrisponde a verità quel che da due anni vo’ dicendo! Cosa ne pensano gli osservatori americani più attenti?

Questa domanda è al centro di una questione che gli osservatori americani stanno esaminando con crescente attenzione: che cosa accade quando un presidente continua a rivendicare il successo della propria politica, mentre una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica gli attribuisce responsabilità per il peggioramento delle proprie condizioni di vita.

Nel caso di Donald Trump, il problema non riguarda soltanto il consenso elettorale. Riguarda anche il rapporto fra potere, realtà dei fatti e capacità di correggere le proprie decisioni. Un presidente può certamente contestare i sondaggi, ritenere sbagliati i giudizi dei media e difendere le proprie scelte. Ma quando diversi indicatori indipendenti convergono, la questione diventa capire se sia disposto a prenderli in considerazione.

Le rilevazioni pubblicate negli Stati Uniti nella prima metà di ottobre 2026 offrono alcuni elementi particolarmente significativi.

1. I numeri che dovrebbero indurre Trump a riflettere

30%

Consenso presidenziale

Soltanto il 30% degli americani approva il modo in cui Trump svolge il proprio incarico; il 68% lo disapprova. È il dato più basso del suo secondo mandato, secondo l’indagine condotta tra il 28 settembre e il 4 ottobre su 5.062 adulti.

78%

Prezzi in aumento

Il 78% degli intervistati attribuisce almeno una parte della responsabilità dell’aumento del costo della vita alle politiche della Casa Bianca. La quota comprende il 64% degli elettori repubblicani intervistati.

17%

Consenso sul costo della vita

Appena il 17% approva la gestione del costo della vita da parte di Trump; il 26% approva la sua gestione complessiva dell’economia. Il 65% ritiene che le sue politiche siano più responsabili degli elevati prezzi rispetto a fattori esterni al suo controllo.

Questi numeri non significano che tutti gli americani abbiano cambiato orientamento politico. Significano però che la promessa economica centrale della campagna del 2024 — abbassare i prezzi e migliorare il potere d’acquisto — incontra oggi una seria difficoltà di credibilità.

2. Che cosa osservano gli analisti americani?

A. L’economia quotidiana pesa più della propaganda presidenziale

Reuters individua una contraddizione particolarmente importante: Trump ha costruito parte del proprio successo elettorale promettendo di combattere l’inflazione, ma ora molti cittadini gli imputano proprio l’aumento dei costi.

I dazi sulle importazioni e la guerra con l’Iran, con le conseguenze sui prezzi energetici, sono tra i fattori indicati dagli intervistati. Secondo Reuters, il 57% degli elettori repubblicani coinvolti nel sondaggio dichiara che il costo della vita aumenta più rapidamente del proprio stipendio.

Qui c’è un punto essenziale: un presidente può descrivere l’economia come un successo, ma non può facilmente convincere una famiglia che spende di più per fare la spesa, fare il pieno e pagare il mutuo che la sua situazione sia migliorata.

Naturalmente, non tutta l’inflazione dipende dal presidente. I prezzi risentono anche di eventi internazionali, costi energetici e condizioni monetarie. Ma le scelte di politica commerciale ed estera dell’amministrazione sono anch’esse parte del quadro.

B. Il problema non è soltanto perdere consensi: è perdere elettori propri

L’analisi del Pew Research Center contiene un’indicazione significativa. Tra gli elettori che avevano votato Trump nel 2024, la quota che approva il suo operato è scesa dal 95% all’inizio del mandato al 67% nella rilevazione di fine settembre-inizio ottobre 2026.

Questo non equivale a dire che tutti questi elettori voteranno democratico: una parte potrebbe astenersi, un’altra continuare a sostenere i repubblicani per ragioni ideologiche. Ma segnala che il rapporto di fiducia con una parte del suo stesso elettorato si è deteriorato.

Ed è proprio qui che la domanda iniziale diventa interessante. Se anche una parte dei propri sostenitori manifesta insoddisfazione, non sarebbe razionale domandarsi se alcune decisioni debbano essere corrette?

C. I candidati repubblicani cominciano a prendere le distanze

Un’inchiesta Reuters del 7 ottobre ha rilevato che due terzi dei candidati repubblicani impegnati nelle competizioni più combattute per la Camera e il Senato hanno cercato di differenziarsi da Trump su alcune politiche o di ridimensionare il legame con lui. La ricognizione riguardava 62 competizioni considerate competitive, 41 delle quali mostravano segnali di distanziamento.

Le divergenze riguardano soprattutto singole questioni, non necessariamente un ripudio dell’intero programma presidenziale. In dodici competizioni, secondo Reuters, il dissenso ha riguardato il conflitto con l’Iran e i suoi effetti economici.

Il significato politico è chiaro: alcuni repubblicani ritengono che un’associazione troppo stretta con il presidente possa costare loro voti. È un segnale di allarme proveniente dal partito stesso, anche se non equivale a una ribellione generalizzata.

3. Ma perché Trump non sembra correggere la rotta?

Qui bisogna distinguere ciò che è documentabile dalle interpretazioni degli osservatori. Non possiamo sapere con certezza che cosa pensi privatamente il presidente; possiamo però individuare alcuni meccanismi politici che aiutano a comprendere il comportamento pubblico.

1. La forza della narrazione personale

Trump ha costruito la propria immagine politica sulla capacità di imporsi, attaccare gli avversari e presentare le proprie decisioni come vittorie. Ammettere un errore può apparire incompatibile con questa immagine. È un’interpretazione del suo stile pubblico, non una diagnosi delle sue motivazioni personali.

2. La selezione delle informazioni

Un leader circondato prevalentemente da persone che ne confermano le convinzioni rischia di ricevere meno segnali correttivi. Anche un sondaggio negativo può essere liquidato come manipolato o irrilevante. Per verificare quanto questo meccanismo operi davvero nell’attuale Casa Bianca occorrerebbero testimonianze e documenti specifici.

3. Il calcolo elettorale e il controllo del partito

Un presidente può ritenere che mantenere mobilitata la propria base sia più importante che conquistare gli indecisi. Ma i segnali di distanziamento dei candidati repubblicani mostrano che non tutti nel partito condividono necessariamente questo calcolo.

C’è poi una quarta possibilità: che Trump consideri le difficoltà attuali un costo temporaneo necessario per raggiungere obiettivi di lungo periodo. Anche questa è una giustificazione possibile, ma deve essere verificata confrontando i risultati effettivi con gli obiettivi dichiarati.

4. Il punto più delicato: la capacità di riconoscere gli errori

La sua osservazione tocca una questione che va oltre Trump e riguarda la qualità della leadership democratica.

In una democrazia, il consenso non è una certificazione permanente di infallibilità. È un mandato condizionato, sottoposto alla verifica degli elettori e al controllo delle istituzioni. I sondaggi non sono sentenze: possono essere imperfetti, oscillare e non tradursi direttamente in voti. Ma quando fonti diverse registrano contemporaneamente un calo di fiducia, insoddisfazione economica e distanziamento di esponenti dello stesso partito, ignorare tutti questi segnali significa rinunciare a informazioni politicamente rilevanti.

Anche il confronto storico suggerisce prudenza. I presidenti americani spesso perdono consenso durante il mandato, e il partito del presidente affronta tradizionalmente una prova difficile alle elezioni di metà mandato. Non sarebbe quindi corretto attribuire ogni difficoltà esclusivamente al carattere o alle dichiarazioni di Trump. La particolarità della situazione attuale, secondo i dati citati, è la convergenza di malcontento economico e dubbi sulla gestione delle questioni internazionali.

5. Che cosa ci dicono, in definitiva, gli osservatori?

La lettura congiunta di Pew, Reuters e AP-NORC permette di distinguere tre livelli:

  • Il dato: il consenso presidenziale è basso nelle rilevazioni recenti e la gestione dell’economia è particolarmente impopolare.
  • Il segnale politico: una parte degli elettori repubblicani è insoddisfatta e diversi candidati del partito cercano di differenziarsi dal presidente.
  • La questione aperta: non sappiamo se Trump interpreterà questi segnali come un invito a modificare le proprie politiche oppure continuerà a considerarli conseguenze di ostilità esterne e opposizione politica.

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 saranno una verifica importante del rapporto tra il presidente, il suo partito e gli elettori, ma non bisogna confondere i sondaggi con il risultato elettorale, che dipenderà anche dai singoli collegi, dalla partecipazione e dai candidati.

La mia conclusione, sul piano istituzionale, è questa: la vera prova di una leadership non consiste soltanto nel rivendicare le vittorie, ma nel saper riconoscere quando i risultati non corrispondono alle promesse e nel correggere le decisioni che non funzionano.

È esattamente il punto che lei solleva con l’immagine dell’oro che luccica. E la questione più importante non è se Trump sia convinto di avere ragione: è se il sistema politico americano disponga ancora di meccanismi efficaci per obbligare un presidente a confrontarsi con i fatti, con il Congresso e con il giudizio degli elettori.

Perché, in una democrazia, nessun presidente dovrebbe essere considerato infallibile. Neppure quello che si presenta come il più capace di tutti.

12 ottobre 2026