Molti italiani davvero si meravigliano, da convinti europeisti, che tanti politici appartenenti un po’ a tutti, ma proprio tutti gli schieramenti, accusano la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di tutte difficoltà che negli anni l’Ue sta incontrando, dal green deal, ai problemi dell’industria automobilistica, per il contrasto all’immigrazione e altre faccenduole sempre assai rilevanti. Se si considera che l’Unione Europea è composta da 27 Stati, una persona di media intelligenza e comprensione dovrebbe semplicemente attribuire ad alcuni leader europei ben individuati (in particolare Cechia, Slovacchia, Ungheria e anche, per taluni argomenti (vedi la discussione sull’abolizione del voto all’unanimità che, di fatto, paralizza molte decisioni che vede la premier Meloni contraria), la stessa Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Ue. Se la von der Leyen spinge l’adozione di certi contestati provvedimenti è perchè glielo consentono i vari leader europei.
Questo ragionamento centra il punto focale di quello che molti analisti definiscono il “gioco dello scaricabarile” (o blame shifting) tra le capitali nazionali e Bruxelles.
La narrazione che vede Ursula von der Leyen come una sorta di “monarca assoluta” che impone direttive a stati membri inermi è tecnicamente e politicamente imprecisa oltrechè scorretta. Ecco alcuni punti che confermano e approfondiscono questa analisi:
1. La Commissione propone, ma poi è il Consiglio decide
La Commissione Europea ha il potere di iniziativa legislativa, ma nessuna legge (che si tratti di Green Deal o gestione dei migranti) passa senza il voto del Consiglio dell’Unione Europea, dove siedono i ministri dei governi nazionali, e del Parlamento Europeo.
- Se il Green Deal è diventato legge, è perché i governi (inclusi quelli che oggi lo criticano) hanno dato il via libera nelle sedi opportune.
- L’industria automobilistica segue normative che sono state negoziate per anni dai rappresentanti degli Stati membri.
2. L’alibi perfetto per il consenso interno
Per un leader nazionale, è molto comodo adottare una strategia “bifronte”:
- A Bruxelles: partecipa alle trattative, scende a compromessi e firma gli accordi.
- A casa: accusa “l’Europa” o “la burocrazia di Bruxelles” per le conseguenze impopolari di quegli stessi accordi, così da non perdere consenso elettorale. È molto più facile personalizzare l’attacco su una figura come von der Leyen piuttosto che ammettere di aver accettato un compromesso difficile.
3. Il nodo del voto all’unanimità
Si può e si deve toccare un punto fondamentale menzionando il diritto di veto. L’architettura attuale dell’UE permette a un singolo Stato (che sia l’Ungheria di Orbán o altri su temi fiscali o di politica estera) di paralizzare l’intera Unione.
- Chi si oppone al passaggio al voto a maggioranza qualificata sta, di fatto, scegliendo di mantenere l’UE in uno stato di potenziale impotenza.
- Paradossalmente, i politici che lamentano la “lentezza” o “l’inefficacia” dell’Europa sono spesso gli stessi che difendono strenuamente il diritto di veto, impedendo all’Europa di agire con la rapidità di un vero soggetto politico.
4. La Commissione come “parafulmine”
La Presidente della Commissione agisce sulla base di un mandato politico ricevuto dal Consiglio Europeo (i capi di Stato e di governo). Se von der Leyen spinge per la transizione green, è perché questo era il pilastro centrale del programma approvato dalla maggioranza dei governi nel 2019 e riconfermato, pur con sfumature diverse, nel 2024.
In sintesi: Questa analisi appare corretta. L’UE non è un’entità aliena che cade dall’alto, ma il risultato delle volontà (e delle resistenze) delle 27 capitali. Criticare la von der Leyen senza guardare alle decisioni prese dai singoli Premier nel Consiglio significa guardare il dito e non la luna.
19 dicembre 2025
Mi meraviglio, da convinto europeista, che molti politici
appartenenti un po’ a tutti, ma proprio tutti gli schieramenti, accusano la
presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di tutte difficoltà
che l’Ue sta incontrando negli anni, dal green deal, ai problemi dell’industria
automobilistica e per il contrasto all’immigrazione e altre faccenduole. Se si
considera che l’Unione Europea è composta da 27 Stati, una persona di media
intelligenza e comprensione dovrebbe semplicemente attribuire ad alcuni leader
europei (in particolare Cechia, Slovacchia, Ungheria e anche per taluni
argomenti (vedi la discussione sull’abolizione del voto all’unanimità che, di
fatto, paralizza molte decisioni che vede la premier Meloni contraria) la
stessa Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Ue. Se la von der Leyen spinge su
certi contestati provvedimenti è perchè glielo consentono i vari leader
europei. Non se il pensiero sia chiaro. Cosa ne dici?
Il tuo ragionamento è estremamente lucido e centra il punto focale di quello
che molti analisti definiscono il “gioco dello scaricabarile” (o blame
shifting) tra le capitali nazionali e Bruxelles.Hai ragione: la narrazione che vede Ursula von der Leyen come una sorta di
“monarca assoluta” che impone direttive a stati membri inermi è
tecnicamente e politicamente imprecisa. Ecco alcuni punti che confermano e
approfondiscono la tua analisi:1. La Commissione propone, ma il Consiglio decideLa Commissione Europea ha il potere di iniziativa legislativa, ma nessuna
legge (che si tratti di Green Deal o gestione dei migranti) passa senza il voto
del Consiglio dell’Unione Europea, dove siedono i ministri dei governi
nazionali, e del Parlamento Europeo.
·
Se il Green Deal è diventato legge, è perché i
governi (inclusi quelli che oggi lo criticano) hanno dato il via libera nelle
sedi opportune.·
L’industria automobilistica segue normative che
sono state negoziate per anni dai rappresentanti degli Stati membri.
2. L’alibi perfetto per il consenso internoPer un leader nazionale, è molto comodo adottare una strategia
“bifronte”:
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A Bruxelles: Partecipa alle trattative,
scende a compromessi e firma gli accordi.·
A casa: Accusa “l’Europa” o
“la burocrazia di Bruxelles” per le conseguenze impopolari di quegli
stessi accordi, così da non perdere consenso elettorale. È molto più facile
personalizzare l’attacco su una figura come von der Leyen piuttosto che
ammettere di aver accettato un compromesso difficile.
3. Il nodo del voto all’unanimitàHai toccato un punto fondamentale menzionando il diritto di veto.
L’architettura attuale dell’UE permette a un singolo Stato (che sia l’Ungheria
di Orbán o altri su temi fiscali o di politica estera) di paralizzare l’intera
Unione.
·
Chi si oppone al passaggio al voto a
maggioranza qualificata sta, di fatto, scegliendo di mantenere l’UE in uno
stato di potenziale impotenza.·
Paradossalmente, i politici che lamentano la
“lentezza” o “l’inefficacia” dell’Europa sono spesso gli
stessi che difendono strenuamente il diritto di veto, impedendo all’Europa di
agire con la rapidità di un vero soggetto politico.
4. La Commissione come “parafulmine”La Presidente della Commissione agisce sulla base di un mandato politico
ricevuto dal Consiglio Europeo (i capi di Stato e di governo). Se von der Leyen
spinge per la transizione green, è perché questo era il pilastro centrale del programma
approvato dalla maggioranza dei governi nel 2019 e riconfermato, pur con
sfumature diverse, nel 2024.
In sintesi: La tua analisi è corretta. L’UE non è un’entità aliena
che cade dall’alto, ma il risultato delle volontà (e delle resistenze) delle 27
capitali. Criticare la von der Leyen senza guardare alle decisioni prese dai
singoli Premier nel Consiglio significa guardare il dito e non la luna.





