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Esteri

La sfida (globale) di Trump

Federico Fubini pubblica sul Corriere della Sera, un editoriale in cui analizza il discorso tenuto da Donald Trump alla Knesset, sottolineando come la sua iniziativa in Medio Oriente vada oltre il mero opportunismo commerciale per delineare una strategia geopolitica più ampia, sebbene non priva di profonde contraddizioni.

Punti chiave della sintesi:

  1. Diplomazia e affari: Trump lega strettamente la ricerca della pace tra Israele e Gaza agli affari. Incoraggia i ricchi sovrani del Golfo (che hanno promesso “una quantità tremenda di denaro”) a finanziare la ricostruzione di Gaza e, in cambio, a riprendere gli acquisti di prodotti americani di alto valore (Boeing, F35, semiconduttori, intelligenza artificiale). La promessa di questi enormi ordinativi avrebbe spinto la Casa Bianca verso la tregua.
  2. Espansione degli Accordi di Abramo: l’obiettivo strategico è far aderire l’Arabia Saudita e il Qatar agli Accordi di Abramo, un passo che significherebbe il riconoscimento di Israele da parte di Paesi un tempo collegati rispettivamente ai terroristi dell’11 settembre e ai finanziatori di Hamas.
  3. La “Via del Cotone” e il contenimento della Cina: la visione di Trump si estende in una vasta area di pace e commercio che va dall’Indonesia, attraverso l’India, il Pakistan, il Golfo, fino a Israele ed Egitto. Questa rotta, nota in Italia come Via del Cotone (o Imec), è presentata come una diretta alternativa alla “Via della Seta” cinese di Xi Jinping. L’azione di Trump è vista come una moderna strategia di “containment” (contenimento), in linea con la storica dottrina americana, volta a circondare e contrastare l’influenza globale della Cina.
  4. Interesse italiano: Il successo di questa strategia è considerato un diretto interesse per l’Italia, poiché l’Imec può rivitalizzare i porti nazionali, colpiti dal blocco degli Houthi nel Mar Rosso e minacciati dalla rotta artica verso l’Europa.
  5. Le contradizioni (tariffe e conflitti di interesse): Fubini mette in dubbio l’efficacia della strategia a causa delle politiche commerciali aggressive di Trump. Il Presidente impone dazi elevati (fino al 50% sull’India e al 15% sull’UE), un approccio che “non ispira lealtà” e non può reclutare gli stessi attori in nome della rivalità con la Cina.
  6. Credibilità in gioco: la strategia è ulteriormente indebolita dai conflitti di interesse, con grandi investitori e fondi sovrani (Oman, Arabia Saudita, Qatar) che concludono lucrosi accordi di investimento con la famiglia Trump e il fondo del genero Jared Kushner. Secondo l’editoriale, anche le strategie più intriganti hanno bisogno di presupposti impalpabili: credibilità e soft power, la cui assenza minaccia di far fallire la “prova del nove” per l’America trumpiana.