L’ambasciatore Ettore Sequi ha scritto un editoriale su La Stampa sul ruolo della Cina nella crisi del Golfo e nel nuovo assetto globale. In queste ore a Pechino ci sono stati l’incontro tra Pedro Sánchez e Xi, la visita di Lavrov, i colloqui con gli Emirati e la telefonata tra Wang Yi e il collega pakistano e non sono episodi isolati, ma segnali convergenti di un riassetto in corso.
Scrive Sequi: ”La Cina subisce un danno reale e immediato e deve contenerlo. Il blocco di Hormuz colpisce un interesse vitale: energia e commercio globale. Una quota decisiva delle importazioni cinesi passa da lì, e una chiusura prolungata mette sotto pressione approvvigionamenti energetici, produzione e stabilità interna. Il nodo vero è macroeconomico. La Cina ha necessità di crescere tra il 4,5 e il 5 per cento l’anno per reggere il proprio equilibrio interno. Non può farlo con la domanda interna, ancora debole e dunque deve dipendere dall’export. Se il sistema globale si contrae e gli scambi internazionali si riducono, il modello entra in tensione. I segnali già ci sono: le esportazioni rallentano, la disoccupazione giovanile è preoccupante. Per Pechino, l’instabilità esterna diventa vulnerabilità interna”.
1. La vulnerabilità economica come motore della diplomazia. Per Pechino, l’instabilità nel Golfo (e il blocco dello Stretto di Hormuz) rappresenta un danno immediato. La Cina dipende dall’export e dalle importazioni energetiche per mantenere una crescita del 4,5-5%, necessaria alla stabilità interna. Di conseguenza, l’attivismo diplomatico di Xi Jinping è dettato dalla necessità di proteggere i propri interessi macroeconomici.
2. Il guadagno strategico e d’immagine. Nonostante il danno economico, la Cina trae un vantaggio politico: mentre gli USA appaiono come un attore “coercitivo”, Pechino si propone come “potenza responsabile e ordinatrice”. Xi critica l’ordine a guida americana (la “legge della giungla”) per accrescere la propria legittimità internazionale.
3. Diplomazia dell’equilibrio (La “Doppia Compatibilità”). La strategia cinese non è di neutralità, ma di equilibrio tra due necessità opposte:
- Non perdere l’Iran, partner energetico e strategico fondamentale.
- Non rompere con gli USA, specialmente in vista del vertice di maggio a Washington. L’obiettivo è una sorta di “G2 non dichiarato”: un equilibrio competitivo con gli americani che eviti lo scontro frontale.
4. Rendere Pechino indispensabile. L’intensificarsi dei contatti con Russia, Pakistan ed Emirati non mira a risolvere la crisi nell’immediato, ma a costruire una centralità politica. Coordinandosi con la Russia (che ha leve su Teheran), la Cina si rende un interlocutore necessario senza il quale la crisi non può essere gestita.
5. Il conflitto come leva negoziale. Pechino usa la sua influenza su Teheran come merce di scambio con Washington. In cambio di un ruolo moderatore nel Golfo, la Cina punta a ottenere concessioni dagli USA su:
- Dazi e commercio.
- Prevedibilità della competizione strategica.
- Maggiore “ambiguità” americana sul dossier Taiwan.
Conclusione. L’obiettivo finale di Xi Jinping è duplice: convertire un danno in vantaggio di immagine e fare in modo che l’America resti “impantanata” nel Golfo, sottraendo risorse alla competizione diretta con Pechino nel Pacifico. Non siamo ancora in un “ordine cinese”, ma l’ordine americano ne esce progressivamente indebolito.
15 aprile 2026





