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Editoriali

L’Italia delle leggi elettorali

Il prof. Angelo Panebianco ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera in cui scrive del vecchio proporzionale che era utile a Dc e Pci. Chi è venuto dopo ha cambiato le regole spesso non giovandosene.

Scrive Panebianco: ”C’è da scommetterci che alla fine della prossima legislatura — soprattutto se nessuna delle due coalizioni supererà la soglia necessaria per far scattare il premio di maggioranza — è probabile che il Parlamento venga di nuovo chiamato a cambiare il sistema elettorale. Per tutto il tempo che durò il vecchio sistema dei partiti il sistema elettorale (proporzionale) rimase stabile. Serviva alla bisogna dei principali partiti (la Dc e il Pci). Era l’epoca in cui la forza dei partiti era tale — si parlava, allora, di «partitocrazia» — da compensare le debolezze del nostro sistema parlamentare (il bicameralismo paritetico, la debolezza istituzionale del governo)”.

E prosegue: ”Va ricordato che la stabilità del governo Meloni non si è accompagnata a quell’incisiva opera riformatrice da tanti sempre invocata. Data la fragilità del nostro sistema di governo e l’eterogeneità delle coalizioni, è difficile che possano esserci, da questo punto di vista, cambiamenti di rilievo nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni (ammesso che un vincitore ci sia)”.

E infine: ”Oggi quasi tutte le democrazie europee sono in gravi difficoltà. A quelle difficoltà comuni, si aggiungono, nel nostro caso, le tradizionali magagne del particolare sistema parlamentare vigente. In una situazione in cui anche i partiti sono diventati istituzioni fragili. I continui cambiamenti del sistema elettorale sono la spia della debolezza della politica italiana.Nonostante tutto ciò, fino ad oggi, la nostra democrazia è riuscita a cavarsela. Si spera che ciò valga anche per il futuro.”

Per Angelo Panebianco, il continuo cambiamento delle leggi elettorali italiane non è soltanto il risultato dei calcoli dei partiti in vista delle elezioni. È soprattutto il sintomo di una debolezza strutturale del sistema politico e istituzionale italiano, che, dopo la fine della Prima Repubblica, non è più riuscito a garantire ai governi stabilità ed efficacia sufficienti.

I punti principali dell’editoriale

1. Cinque sistemi elettorali in poco più di trent’anni

Dall’abbandono del proporzionale puro nei primi anni Novanta, l’Italia ha adottato cinque sistemi elettorali, compresa la riforma del governo Meloni. Panebianco ricorda le tappe principali:

  • 1993: un sistema prevalentemente maggioritario, con una quota proporzionale.
  • 2005: la legge Calderoli, che ridimensiona il ruolo dei collegi uninominali.
  • 2015 e 2017: due successive riforme, legate alla stagione politica di Matteo Renzi.
  • 2026: la nuova riforma promossa dal governo Meloni.

Il problema, secondo l’autore, è che i governi hanno ripetutamente modificato le regole pensando di trarne vantaggio, ma i risultati elettorali non hanno quasi mai confermato i loro calcoli.

2. Perché la Prima Repubblica manteneva stabile la legge elettorale

Il vecchio sistema proporzionale rimase in vigore perché rispondeva agli interessi dei due grandi partiti dell’epoca, la Democrazia cristiana e il Partito comunista.

I partiti erano fortemente radicati nella società e disponevano di un’organizzazione capace di compensare, almeno in parte, le debolezze delle istituzioni: il bicameralismo paritario e la fragilità dei governi.

Quella stabilità delle regole, tuttavia, non significava stabilità degli esecutivi: i governi della Prima Repubblica erano spesso di breve durata. Era il sistema dei partiti a mantenere un certo equilibrio complessivo.

3. Dopo il crollo dei vecchi partiti, sono venute meno le protezioni

La fine della Guerra fredda e il crollo del precedente sistema politico hanno indebolito profondamente i partiti, compresi gli eredi della Dc e del Pci.

Nel frattempo, sono rimaste sostanzialmente intatte le fragilità del sistema parlamentare. Le coalizioni, spesso composte da forze politiche eterogenee, si sono così trovate esposte ai conflitti interni, senza strumenti istituzionali sufficienti a proteggere l’azione dei governi.

Panebianco richiama implicitamente il confronto con la Germania, dove il sistema del cancellierato offre maggiori garanzie di stabilità all’esecutivo.

4. Anche la stabilità del governo Meloni non risolve il problema

L’autore riconosce che il governo Meloni potrebbe arrivare alla fine della legislatura senza interruzioni, un risultato rilevante nella storia repubblicana recente.

Ma osserva che questa continuità dipende anche da circostanze particolari, difficilmente ripetibili. Inoltre, la durata dell’esecutivo non si è tradotta, a suo giudizio, in quell’opera incisiva di riforma che molti si aspettavano.

Per Panebianco, dunque, la durata di un governo non coincide necessariamente con la sua capacità di governare efficacemente.

5. La nuova legge elettorale potrebbe non essere l’ultima.

L’autore ritiene plausibile che, alla fine della prossima legislatura, si torni a discutere di un’altra riforma. Se nessuna coalizione dovesse raggiungere la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge, le regole potrebbero essere nuovamente rimesse in discussione.

Il punto è che ogni forza politica tende a considerare conveniente una legge elettorale finché pensa che possa favorirla. Quando cambiano i rapporti di forza, cambiano anche gli interessi e le strategie.

6. I tentativi di riformare le istituzioni sono falliti

Panebianco ricorda che già negli anni Ottanta la Commissione Bozzi tentò di razionalizzare il sistema parlamentare. Da allora, numerosi tentativi di riforma istituzionale non sono riusciti a produrre una trasformazione organica.

Da qui la sua conclusione più pessimistica: la forma di governo italiana appare ormai difficilmente riformabile. Le difficoltà comuni alle democrazie europee si sommano, nel nostro Paese, a debolezze istituzionali storiche e a partiti meno solidi rispetto al passato.

La conclusione di Panebianco

Nonostante queste criticità, la democrazia italiana è riuscita finora a reggere. L’autore conclude con una speranza prudente che possa continuare a farlo anche in futuro.

Il ragionamento di Panebianco si può riassumere in una distinzione fondamentale:

  • La legge elettorale stabilisce come i voti si trasformano in seggi e come si forma una maggioranza.
  • Il sistema istituzionale stabilisce quanto quella maggioranza possa governare, affrontare i conflitti interni e realizzare il proprio programma.

Cambiare la prima cosa senza risolvere i problemi della seconda può produrre risultati limitati. Una legge elettorale può facilitare la formazione di una maggioranza parlamentare, ma non può eliminare da sola i contrasti tra i partiti che la compongono, né assicurare la qualità delle decisioni politiche.

È questa la ragione per cui Panebianco interpreta la successione delle riforme non come una prova di vitalità riformatrice, ma come il segnale di una difficoltà più profonda: la politica italiana cerca nelle regole del voto una stabilità che le sue istituzioni e i suoi partiti faticano a garantire.

Una questione ulteriore: che cosa lascia aperto l’editoriale?

Il testo pone implicitamente tre domande importanti:

  1. È sufficiente cambiare la legge elettorale? Non necessariamente: occorre considerare anche il rapporto tra Parlamento e governo, il funzionamento delle Camere e la coesione delle coalizioni.
  2. La stabilità è un valore sufficiente? No, se non si accompagna alla capacità di attuare politiche efficaci e di rendere conto delle proprie decisioni.
  3. Chi deve scrivere le regole del voto? È la questione democratica che rimane sullo sfondo: quando una maggioranza modifica le regole che determineranno la sua stessa competizione elettorale, diventa essenziale valutare il grado di confronto con le opposizioni e la tutela della parità tra i concorrenti.

Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante nel dibattito sulla riforma Meloni. Il problema non riguarda soltanto se il nuovo sistema favorisca una coalizione oppure un’altra, ma anche se le regole siano sufficientemente condivise e stabili da essere considerate legittime da chi potrebbe perdere le elezioni.

12 ottobre 2026