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Voto Usa, ecco cosa c’è in gioco

Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina hanno pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui sostengono che dopo 2 anni di Donald Trump ai cittadini americani viene presentato un conto salato per benzina e alimentari, mentre l’inflazione è cresciuta di 0,7 punti e il debito di 4.300 miliardi di dollari. Democratici sono avanti nei sondaggi: come può essere limitato il presidente. Con il voto Usa del novembre, ecco cosa c’è in gioco. Le elezioni di midterm del 3 novembre, sono un passaggio decisivo per valutare i primi due anni della presidenza di Trump, per capire quanto il Congresso possa limitarne i poteri.

Il ragionamento degli autori si sviluppa intorno a tre questioni: il costo economico delle politiche presidenziali, la perdita di consenso di Trump e gli strumenti istituzionali a disposizione dell’opposizione.

Scrivono Gabanelli e Sarcina: ”Gli americani voteranno per l’elezione completa della Camera dei Rappresentanti, formata da 435 deputati, e per il rinnovo di 35 senatori sui 100 totali. Dalle urne uscirà come sempre un giudizio sui primi due anni di mandato presidenziale. In passato, è stato quasi sempre negativo: nel 1994 il democratico Bill Clinton perse sia Camera che Senato; nel 2006 accadde la stessa cosa al repubblicano George W. Bush; a Barack Obama sfuggì il controllo della Camera nel 2010 e del Senato nel 2014; a Trump quello della Camera nel 2018, come pure a Joe Biden nel 2022. Oggi alla Camera il partito repubblicano dispone di una striminzita maggioranza: 218 seggi contro i 214 dei democratici. Al Senato la soglia minima per la maggioranza è 51 seggi su 100. Al momento, i repubblicani ne hanno 53, i democratici 47. In caso di parità interviene il vicepresidente, il repubblicano JD Vance, con il voto decisivo. L’esito del midterm può rallentare, e talvolta anche far deragliare, il treno presidenziale. Per questo il presidente che viene sconfitto diventa «un’anatra zoppa»”.

E proseguono: ”Ogni Stato può disegnare i distretti elettorali per la Camera, in modo da concentrare la presenza dei propri elettori e diluire quella degli avversari adottando la tecnica del cosiddetto «gerrymandering» per condizionare il risultato finale. Tra il 2025 e il 2026 questo «taglia e cuci» è stato usato in otto Stati repubblicani (Texas, Florida, North Carolina, Missouri, Ohio, Tennessee, Alabama e Louisiana), e due Stati democratici (California e Utah). Il risultato è che i repubblicani potrebbero guadagnare fino a 16 seggi e i democratici 6. Basterà questo vantaggio per decidere l’esito delle elezioni alla Camera? Stando ai sondaggi, no. Considerando il voto di tutti i 50 Stati, i democratici sono in vantaggio di 8,3 punti percentuali (media calcolata dal sito Realclearpolitics)”.

E infine: ”Il conto più salato, però, gli americani lo pagano al distributore e al supermercato. Nel novembre 2024 un gallone di benzina (3,7 litri) costava 3,04 dollari, oggi è salito a 4,41 (fonte: Automobile club americano); una libbra di caffè (453 grammi) è balzata da 6,32 dollari a 9,30 dollari; una libbra di carne macinata è passata da 5,35 dollari a 6,92. Decisamente più care anche le bollette elettriche: a fine 2024 gli utenti pagavano 17,6 centesimi per chilowattora, oggi 19,6 (dati del Bureau of labor statistics). Decisamente meglio il prezzo delle uova, su cui Trump aveva fatto leva nella campagna elettorale del 2024. All’epoca una confezione da 12 costava 3,65 dollari; lo scorso agosto, 2,27 dollari”.

1. Il costo economico delle politiche di Trump

Secondo i dati riportati nell’articolo, rispetto al novembre 2024, quando Trump vinse le elezioni presidenziali, la situazione economica presenta diversi segnali di peggioramento.

  • Inflazione: dal 2,7% al 3,4%.
  • Debito pubblico: da 35.900 a 40.200 miliardi di dollari, con un aumento di 4.300 miliardi.
  • Crescita del PIL: dal 2,8% al 2,3% previsto dal Fondo monetario internazionale per il 2026.
  • Disoccupazione: stabile al 4,2%.

Il peso maggiore per le famiglie si manifesta soprattutto nei prezzi quotidiani.

Prodotto o servizioNovembre 2024Dato più recente citato
Benzina, al gallone3,04 $4,41 $
Caffè, alla libbra6,32 $9,30 $
Carne macinata, alla libbra5,35 $6,92 $
Elettricità, per kWh17,6 centesimi19,6 centesimi
Uova, confezione da 123,65 $2,27 $

Le uova costituiscono un’eccezione significativa: il loro prezzo è diminuito, dopo essere stato uno dei temi della campagna elettorale repubblicana.

Gli autori sottolineano così la distanza tra la prosperità rivendicata da Trump e l’esperienza concreta di molti consumatori. Resta però importante distinguere l’andamento dei prezzi dalle sue cause: non tutti gli aumenti possono essere attribuiti automaticamente alle decisioni presidenziali.

2. Dazi e immigrazione: risultati contrastanti

I dazi, uno dei pilastri della politica economica trumpiana, hanno incontrato un ostacolo giudiziario. Secondo l’articolo, la Corte Suprema, il 20 febbraio 2026, ha stabilito che Trump non poteva imporli utilizzando la legge sulle emergenze economiche.

Gli importatori avrebbero quindi diritto a circa 166 miliardi di dollari di rimborsi: circa 100 miliardi risultavano già restituiti, mentre sul resto erano ancora in corso contenziosi.

Sul fronte dell’immigrazione, invece, l’articolo riconosce un risultato concreto alla politica presidenziale: gli immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti sarebbero diminuiti da 15,8 milioni nel gennaio 2025 a 13,5 milioni nel luglio successivo, secondo la fonte citata.

Il bilancio, pertanto, non è uniforme: alcune politiche hanno prodotto risultati misurabili, mentre altre hanno incontrato ostacoli economici e giudiziari.

3. Le guerre che Trump afferma di aver concluso

Gabanelli e Sarcina mettono in discussione anche la rivendicazione presidenziale di aver concluso otto guerre.

Secondo la loro ricostruzione, alcuni casi riguardavano dispute diplomatiche, altri conflitti che non corrispondevano a vere guerre in corso. In altri ancora, la mediazione americana avrebbe avuto un ruolo limitato o non avrebbe prodotto una soluzione duratura.

L’articolo richiama in particolare:

  • Gaza: gli attacchi israeliani non si sarebbero fermati.
  • Ucraina: la guerra sarebbe proseguita, nonostante la promessa di Trump di raggiungere un accordo in 24 ore.
  • Rwanda e Repubblica Democratica del Congo: il conflitto sarebbe continuato nonostante l’accordo mediato dagli Stati Uniti.
  • Israele e Iran: l’intervento americano avrebbe contribuito ad ampliare lo scontro, con conseguenze sull’economia mondiale e sulla sicurezza.

La conclusione degli autori è che le dichiarazioni presidenziali sui successi diplomatici vadano confrontate con la situazione effettiva dei conflitti.

4. Le elezioni di midterm: il vero giudizio su Trump

Il 3 novembre gli americani eleggeranno tutti i 435 membri della Camera dei rappresentanti e rinnoveranno 35 dei 100 seggi del Senato.

La situazione parlamentare descritta nell’articolo è particolarmente delicata per i repubblicani:

Camera dei rappresentanti

218 repubblicani – 214 democratici

La maggioranza repubblicana è di appena quattro seggi.

Senato

53 repubblicani – 47 democratici

Con 51 seggi si ottiene la maggioranza; in caso di parità può essere decisivo il voto del vicepresidente.

Secondo la media dei sondaggi citata da RealClearPolitics, i democratici sarebbero avanti di 8,3 punti percentuali nel voto nazionale per la Camera. Questo dato, tuttavia, non si traduce automaticamente in un identico vantaggio in seggi, perché conta la distribuzione territoriale dei voti.

Un altro elemento è il gerrymandering: la ridefinizione dei distretti elettorali per favorire uno dei partiti. L’articolo sostiene che le modifiche introdotte in diversi Stati potrebbero avvantaggiare i repubblicani, senza necessariamente neutralizzare il vantaggio democratico indicato dai sondaggi.

5. Che cosa potrebbe cambiare se Trump perdesse il Congresso?

È questo il punto istituzionale centrale dell’articolo.

Se i democratici conquistassero la Camera, potrebbero ostacolare le iniziative legislative della Casa Bianca, esercitare controlli più incisivi sull’amministrazione e avviare, se ne ricorressero i presupposti politici, una procedura di impeachment.

Se conquistassero anche il Senato, potrebbero inoltre influire sulle conferme di giudici federali, ministri e ambasciatori, secondo le competenze costituzionali previste.

Ma esistono limiti importanti:

  • Il veto presidenziale: Trump può bloccare le leggi approvate dal Congresso. Per superare il veto servono i due terzi dei voti in entrambe le Camere.
  • L’impeachment: la Camera può mettere sotto accusa il presidente, ma la condanna in Senato richiede una maggioranza dei due terzi dei senatori presenti.
  • Gli ordini esecutivi: Trump può continuare a utilizzarli per attuare le proprie politiche, nei limiti delle competenze presidenziali e della legge. Possono essere contestati davanti ai tribunali e, nei casi previsti, modificati o superati attraverso interventi legislativi.

Una vittoria democratica, dunque, non comporterebbe automaticamente la fine delle politiche trumpiane. Potrebbe però rendere più difficile attuarle senza negoziare con l’opposizione.

Il significato politico dell’articolo

Il messaggio di Gabanelli e Sarcina è che le elezioni di midterm non sono soltanto un referendum sul presidente, ma anche una verifica del funzionamento dei contrappesi istituzionali americani.

Il voto può incidere su tre livelli:

  1. Economico: gli elettori valutano il costo della vita, l’inflazione, il debito e i risultati delle politiche commerciali.
  2. Politico: la perdita di consenso può tradursi in una riduzione della capacità del presidente di far approvare il proprio programma.
  3. Costituzionale: il Congresso può rafforzare i controlli sull’esecutivo, pur senza disporre di strumenti sufficienti per annullarne unilateralmente tutte le decisioni.

Il rischio descritto nell’articolo è quello di una contrapposizione prolungata tra Casa Bianca e Congresso, con possibili blocchi sul bilancio e sulle principali iniziative legislative.

In definitiva, la questione decisiva è quanto il sistema americano riesca a limitare un presidente quando il suo partito perde il controllo del Parlamento. Le elezioni di midterm possono restringerne concretamente il margine d’azione, ma non cancellano i poteri che la Costituzione attribuisce alla presidenza.

La distinzione fondamentale è questa: perdere il consenso degli elettori non significa perdere automaticamente il potere; perdere la maggioranza parlamentare, invece, può rendere quel potere molto più difficile da esercitare.

12 ottobre 2026