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Editoriali

Se l’ultimo ultimatum è ultimativo

Paolo Fallai ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo nel quale riflette sull’abuso e sullo svuotamento di significato della parola “ultimatum” nel linguaggio contemporaneo, specialmente in ambito politico e diplomatico.

Dice Fallai: “Gli studiosi della lingua come Giuseppe Antonelli o Valeria Della Valle non si stancano di ripeterci che il migliore amico che abbiamo è il dizionario (e ci scrivono pure dei libri per convincerci). Cercano di dirci una cosa semplice: se conosciamo il significato delle parole, forse, possiamo comprendere qualcosa dell’infinita confusione che ci circonda”.

E continua: ”I linguisti ci raccontano che l’espressione nasce nel XVII secolo in ambito diplomatico, una sorta di ultima minaccia, di proposta definitiva tra Stati prima di arrivare a un aperto conflitto”.

Partendo dal consiglio dei linguisti (come Antonelli e Della Valle) di consultare il dizionario per orientarsi nel caos del presente, Fallai ricorda che l’ultimatum nasce nel XVII secolo come una proposta definitiva e perentoria, oltre la quale resta solo il conflitto.

Tuttavia, oggi questa parola è diventata un’iperbole quotidiana e priva di conseguenze, tanto che già negli anni ’90 il giornalismo dovette coniare il termine ironico “penultimatum” per descrivere minacce continuamente reiterate. L’articolo conclude con una provocazione satirica: di fronte a un’inflazione di ultimatum che non portano mai a nulla, non resta che rispondere con un paradosso comunicativo, lanciando a nostra volta una serie infinita di scadenze a vuoto per denunciare l’assurdità di questo linguaggio gridato.

11 maggio 2026