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Esteri

Prendere tempo e giocare al rialzo. L’azzardo dei Pasdaran con il Tycoon

Alessia Melcangi ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui analizza la delicata partita geopolitica tra l’Iran di Mojtaba Khamenei e l’America di Donaldn Trump.

Scrive Melcangi: ”Da una parte, Teheran indica come obiettivi la fine immediata della guerra e il ripristino della sicurezza marittima nel Golfo e nello Stretto. Dall’altra, avverte che ogni nuova aggressione avrà una replica rapida, forte, proporzionata. È la grammatica classica della Repubblica islamica: negoziare con una mano, mostrare l’altra chiusa a pugno. Ma questa volta la postura iraniana è più complessa. Teheran prende tempo perché può permetterselo, ma anche perché ne ha bisogno. Il sistema è attraversato da una crisi interna che non riguarda soltanto l’economia, ma la catena stessa del comando. La prolungata assenza pubblica di Mojtaba Khamenei, ferito nell’attacco in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, è diventata un problema politico”.

E continua: ”Il presidente americano continua a oscillare tra l’urgenza del negoziato e l’istinto dell’ultimatum apocalittico. Vuole chiudere, ma non apparire costretto a farlo. Vuole l’accordo, ma deve venderlo come una vittoria. Vuole evitare un’escalation globale, ma parla il linguaggio della pressione massima, anche perché alle sue spalle resta la variabile costante di Netanyahu. Israele, a ogni segnale di possibile chiusura, rimanda al mittente la minaccia di una ripresa imminente delle operazioni. Come se il cessate il fuoco inesistente in Libano non fosse già un segnale sufficiente delle intenzioni israeliane”.

Il paradosso della “guerra-non guerra”

L’attuale scenario tra Washington e Teheran è caratterizzato da un doppio binario contraddittorio: da un lato si tenta la via negoziale per porre fine alle ostilità, dall’altro si intensificano le minacce militari. L’Iran personifica questa strategia nello Stretto di Hormuz, dove ha dispiegato sottomarini “delfini” capaci di colpire navi ostili: un segnale chiaro che Teheran è disposta a trattare, ma non a disarmare la propria capacità di deterrenza.

La crisi interna iraniana: il vuoto di potere

La postura iraniana è complicata da una profonda crisi interna:

  • La leadership invisibile: l’assenza pubblica di Mojtaba Khamenei (ferito nell’attacco in cui è morto il padre Ali) crea una zona grigia politica. Sebbene la presidenza rassicuri sulla sua operatività, la mancanza di una figura carismatica visibile alimenta lo scontro tra i “falchi” (i Pasdaran) e i moderati.
  • L’economia al collasso: Il blocco di Internet e le sanzioni americane stanno devastando il settore tecnologico e industriale, portando milioni di lavoratori verso la povertà.

La strategia di Trump e le sue scadenze

Per Donald Trump, la sofferenza economica dell’Iran è la leva per costringere il regime a un accordo da una posizione di debolezza. Tuttavia, anche il Tycoon ha fretta:

  • Deve ottenere un successo diplomatico prima delle elezioni di midterm per frenare il calo dei consensi.
  • Ha bisogno di stabilizzare il Medio Oriente prima del cruciale confronto in Asia con Xi Jinping, per evitare che una crisi energetica indebolisca la sua posizione negoziale con la Cina.

Gli attori regionali e il rischio escalation

  • Israele: Netanyahu resta la variabile costante, pronto a minacciare la ripresa delle operazioni militari per evitare che un eventuale accordo si traduca in una “riabilitazione” strategica dell’Iran.
  • Cina: Pechino osserva in attesa di trarre vantaggio dalle difficoltà americane nella gestione del Golfo.

Conclusione

L’articolo evidenzia un paradosso pericoloso: mentre tutte le parti coinvolte dichiarano di voler evitare il collasso totale, continuano ad adottare misure (militari ed economiche) che rischiano di innescarlo. La partita si gioca su un equilibrio precario tra la diplomazia al tavolo e i sottomarini pronti al colpo sul fondale di Hormuz.

11 maggio 2026