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Editoriali

Condividere la prosperità

Gianrico Carofiglio ha pubblicato un articolo su La Stampa nel quale sostiene che il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia e parte da un dato fortemente simbolico: nell’estate 2026 nelle acque della Gallura sono stati censiti 3.176 superyacht, mentre il valore di appena 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari. Il confronto con le difficoltà quotidiane di una parte della popolazione — liste d’attesa sanitarie, povertà alimentare, abitazioni inadeguate e famiglie costrette a scegliere tra cibo e riscaldamento — serve all’autore per porre il tema della disuguaglianza economica.

Scrive Carofiglio: ”Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa. Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo”.

E prosegue: ”Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove. Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza”.

Il punto centrale dell’articolo è che la redistribuzione della ricchezza non dovrebbe essere considerata una forma di “invidia sociale”, ma una questione di giustizia e, soprattutto, di funzionamento della democrazia. Secondo Carofiglio, quando una società diventa troppo diseguale, aumenta il rischio di conflitti sociali e di perdita progressiva della fiducia nelle istituzioni democratiche, creando terreno favorevole a forme di autoritarismo.

Che cosa significa oggi “indispensabile”

L’autore sottolinea che ciò che consideriamo necessario cambia nel tempo. Oggi, però, non basta garantire soltanto la sopravvivenza fisica. Tra i beni e servizi che dovrebbero essere considerati essenziali Carofiglio include:

  • alimentazione adeguata e acqua potabile;
  • una casa dignitosa e non sovraffollata;
  • protezione dal freddo e dal caldo;
  • assistenza sanitaria, comprese salute mentale e cure dentistiche;
  • un’istruzione realmente efficace e non soltanto formalmente accessibile;
  • accesso a Internet;
  • possibilità di spostarsi e raggiungere scuola, lavoro e servizi;
  • la possibilità di partecipare alla vita sociale senza essere esclusi o provare vergogna per la propria condizione economica.

Qui entra in gioco il concetto di povertà relativa elaborato da Peter Townsend e ripreso da Amartya Sen: essere poveri non significa soltanto non avere il necessario per sopravvivere, ma anche non poter partecipare alle normali attività della società in cui si vive.

L’ascensore sociale

Un altro elemento fondamentale è la mobilità sociale: il futuro di una persona non dovrebbe essere determinato dalla famiglia e dal luogo in cui nasce.

Carofiglio cita lo studio di Acciari, Polo e Violante, secondo il quale l’Italia presenta una mobilità sociale meno negativa di quanto alcune precedenti analisi facessero pensare, ma rimane una forte influenza delle condizioni di partenza. Soltanto 11 figli su 100 provenienti dal 20% più povero arrivano da adulti nel 20% più ricco, mentre 33 su 100 nati nel 20% più ricco rimangono nella stessa fascia. Inoltre, la mobilità è significativamente maggiore nel Nord rispetto ad altre zone del Paese.

La conclusione è netta: in Italia conta ancora molto sia da quale famiglia si nasce sia dove si nasce.

La critica alla “tirannia del merito”

Nella parte finale Carofiglio critica quella che considera una narrazione consolidatasi negli ultimi decenni: l’idea che la ricchezza sia soprattutto il risultato del merito individuale e che la povertà dipenda principalmente da errori, incapacità o scarso impegno personali.

Richiamando Michael Sandel, sostiene che questa concezione produce due effetti: nei vincitori alimenta una presunzione di superiorità e nei perdenti genera senso di colpa e umiliazione. Le condizioni sociali ed economiche di partenza finiscono così per essere nascoste dietro una responsabilità esclusivamente individuale.

Da qui la critica all’espressione “invidia sociale”, spesso utilizzata per respingere le proposte di maggiore tassazione dei patrimoni. Per Carofiglio, definire così il problema significa trasformare una discussione sulla giustizia distributiva in una questione psicologica, evitando di discutere le ragioni della redistribuzione.

Il messaggio conclusivo

L’argomento forse più importante dell’articolo è che non esiste una distribuzione della ricchezza completamente “naturale” prodotta dal mercato. La proprietà, le successioni, i contratti e il sistema fiscale sono tutti regolati da leggi e decisioni politiche. Perciò anche la distribuzione iniziale della ricchezza è il risultato di precise regole istituzionali.

La redistribuzione, quindi, non significa necessariamente “togliere a qualcuno per dare a qualcun altro”, ma decidere quali regole fiscali e sociali producano una società più equa e con maggiori opportunità per tutti.

In una frase: Carofiglio sostiene che una democrazia non può reggere a lungo se una minoranza accumula ricchezze enormi mentre una parte della popolazione non riesce ad accedere ai beni e ai servizi fondamentali; per questo condividere maggiormente la prosperità è, secondo la sua tesi, non soltanto una scelta di solidarietà, ma una condizione per la stabilità della democrazia stessa.

30 settembre 2026