Carlo Cottarelli ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui parla del cosiddetto inverno demografico. Partiamo dalla dimensione del problema. Spesso lo si misura guardando al numero dei nati in Italia, che è sempre più basso. Ma il numero dei nati riflette due cose: il numero di donne in età fertile e il numero di figli per donna in età fertile (il cosiddetto tasso di fecondità). Visto che il numero di donne in età fertile dipende, a sua volta, dal numero di nascite negli anni passati, si capisce che la variabile da cui ha origine tutto è il tasso di fecondità. È da lì che dobbiamo partire per capire quando è iniziato il nostro inverno e quanto grave sia.
Scrive Cottarelli: ”Cosa causa l’inverno demografico? Se chiedete in giro, la risposta più frequente è: «La crisi economica: chi può far figli quand l’economia e le retribuzioni non crescono?». In realtà, come abbiamo visto, il crollo demografico ha origini antiche e ha poco a che fare con la deludente performance economica degli ultimi vent’anni, cui si può al più imputare il calo del tasso di fecondità da 1,4 figli della fine degli anni ’00 ai valori attuali. Ma il problema si è sviluppato ben prima quando l’economia italiana cresceva ancora rapidamente”.
E prosegue: ”La prima è volta ad aumentare il tasso di fecondità. La spesa pubblica può essere usata per questo scopo. Le cose che sembrano funzionare meglio sono quelle che consentono di conciliare il lavoro con la procreazione (asili nido e congedi parentali, per esempio). Il problema è che queste politiche hanno, ovviamente, un effetto ritardato sul numero di lavoratori («Per fare un uomo ci voglio vent’anni» come cantavano I Nomadi e Guccini). Ma, soprattutto, l’effetto di queste politiche sul tasso di fecondità, seppur positivo, è quantitativamente piuttosto basso. In generale, nessun Paese dove il tasso di fecondità sia sceso a livelli sotto 1,5 figli, come l’italia, è mai riuscito a ritornare su livelli vicini a 2 per periodi sostenuti”.
L’Italia vive da decenni una grave crisi demografica, causata soprattutto dal continuo calo del tasso di fecondità, oggi sceso a 1,14 figli per donna, ben al di sotto del livello necessario per garantire il ricambio generazionale (circa 2 figli per donna). Di conseguenza, il numero delle nascite è diminuito drasticamente, passando da quasi un milione nel 1964 a circa 355.000 nel 2025.
Secondo Cottarelli, la denatalità non dipende principalmente dalla crisi economica recente, perché il fenomeno è iniziato già negli anni Settanta, quando l’economia italiana cresceva ancora. Tra le cause principali vi sono la diffusione dei contraccettivi, che ha reso la maternità una scelta consapevole, e soprattutto il profondo cambiamento del ruolo della donna nella società, che però non è stato accompagnato da politiche adeguate per conciliare lavoro e famiglia.
Le conseguenze sono rilevanti: diminuisce la popolazione in età lavorativa, cresce il peso degli anziani e si riduce anche la produttività, perché una società con pochi giovani tende a innovare meno e a crescere più lentamente.
Per affrontare il problema, l’autore propone due strategie:
- favorire la natalità, investendo in servizi come asili nido, congedi parentali e tutte le misure che aiutano a conciliare lavoro e figli. Tuttavia, questi interventi producono effetti solo nel lungo periodo e, da soli, non sono sufficienti a riportare la fecondità ai livelli necessari;
- adattarsi all’invecchiamento della popolazione, aumentando la produttività attraverso riforme economiche e gestendo un’immigrazione regolare e ben integrata, capace di compensare almeno in parte la riduzione della forza lavoro.
In conclusione, Cottarelli sostiene che non esistono soluzioni semplici e che l’Italia non dispone ancora di politiche efficaci per contrastare la denatalità. Si tratta comunque di un problema condiviso da gran parte dei Paesi avanzati.
30 luglio 2026





