Gabriele Segre ha pubblicato su La Stampa un editoriale nel quale dipinge un quadro davvero inquietante e profondo della realtà geopolitica odierna. La tesi centrale è che la “guerra mondiale a pezzi” non sia più soltanto un conflitto di confini, ma una frammentazione multidimensionale che colpisce l’anima stessa delle civiltà.
Scrive Segre: ”La guerra tra religioni non ha mai davvero chiuso bottega. Ebrei, musulmani, cristiani: figli della stessa genealogia spirituale, vicinissimi nei luoghi santi e mai così remoti su tutto il resto – simboli, promesse, memorie e ferite indelebili. A Gerusalemme ciascuno esibisce il suo titolo di proprietà firmato dall’Assoluto. Le Crociate sono finite, ma la pretesa islamica sulle Terre sacre, la rivendicazione ebraica sulla Terra Promessa e la missione cristiana di custodia dei Luoghi Santi non sono mai state archiviate. Lo scontro tra Iran e Israele non si comprende senza questo sostrato teologico irriducibile: Teheran ha costruito la propria identità sull’imperativo dell’espulsione dell’infedele, Gerusalemme sulla certezza di essere l’unico rifugio possibile per un popolo che sa cosa significhi non averne alcuno”.
E aggiunge: ”L’ebraismo, a sua volta, è attraversato da una frattura identitaria sempre più profonda. Da un lato la tradizione liberale, cosmopolita, pluralista, maturata e radicata nella modernità secolare. Dall’altro una crescente corrente nazional-messianica, per cui terra, sovranità ed etnia sono valori che non ammettono compromessi né conversazioni”.
Ecco un’analisi dei punti chiave del testo:
1. La tripla natura del conflitto
Segre identifica tre livelli sovrapposti che rendono l’attuale caos globale molto più complesso della vecchia Guerra Fredda:
- Guerra tra religioni: Il ritorno dei grandi monoteismi che rivendicano proprietà divine sulla terra (il “sostrato teologico” tra Iran e Israele o la gestione dei Luoghi Santi).
- Guerra “dentro” le religioni: Fratture interne devastanti, come quella tra l’ebraismo liberale e quello messianico, o tra il cattolicesimo istituzionale e le correnti patriottiche/populiste americane.
- Guerra civile identitaria: Lo scontro interno alle nazioni (America contro America, Israele contro Israele) dove il conflitto non è per il territorio, ma per il significato stesso di appartenenza a quel popolo.
2. La fine delle “Istruzioni per l’Uso”
L’autore usa una metafora efficace: se la Guerra Fredda era un mobile IKEA con istruzioni chiare (due blocchi, regole certe), oggi siamo di fronte a un “puzzle lanciato giù per le scale”.
- La diplomazia è diventata un “valzer” instabile.
- Gli attori cambiano ruolo: i generali parlano come predicatori e gli statisti come profeti dell’Apocalisse.
3. Lo scontro negli Stati Uniti
Un passaggio cruciale riguarda il “wrestling spirituale” in corso in America. Segre cita un ipotetico scontro tra un “presidente USA” e un “Papa Prevost”, simbolo di una nazione spaccata tra:
- Un messianesimo politico che usa la religione come arma patriottica.
- Una visione etica e universale che cerca di porre limiti morali all’uso della forza.
4. La contemporaneità saturata
Il testo conclude che il mondo non è necessariamente “più cattivo”, ma “più simultaneo”. La tecnologia (i tweet, la presa diretta) fa sì che ogni crepa spirituale, politica o militare si alimenti a vicenda in tempo reale, rendendo impossibile trovare un “bandolo della matassa”.
Riflessione breve: l’articolo suggerisce che abbiamo smesso di combattere per cosa abbiamo e abbiamo iniziato a distruggerci per chi siamo. In questo scenario, la politica fallisce perché non si può negoziare su un’identità o su un dogma religioso con la stessa facilità con cui si negozia su un confine agricolo.
21 aprile 2026





