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Esteri

Si compatta il vasto fronte arabo alleato di Washington

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che il punto centrale non è tanto il peso militare dell’Arabia Saudita, quanto il significato politico della sua partecipazione ai raid con gli Stati Uniti contro le milizie filoiraniane. Secondo l’autore, questa scelta dimostra un grave errore strategico dell’Iran: invece di intimidire i Paesi arabi e allontanarli da Washington, Teheran ha finito per rafforzare il fronte regionale alleato degli Stati Uniti.

Scrive Rampini: ”Per molti mesi il principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs) ha cercato di tenere insieme due strategie apparentemente contraddittorie. Da una parte ha conservato l’alleanza militare con gli Stati Uniti, indispensabile per la sicurezza del suo Paese. Dall’altra ha cercato di ridurre la tensione con l’Iran, arrivando perfino a ristabilire le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione della Cina. Sembrava il segnale di un Medio Oriente meno dipendente dagli antichi schieramenti”.

E prosegue: ”Il significato dell’intervento è soprattutto geopolitico. Molti oggi si concentrano sulle difficoltà americane, sui costi della guerra, sulla resilienza della rete di milizie costruita dall’Iran. Tutto vero. Ma c’è un altro dato: l’architettura delle alleanze americane nel Golfo non si è incrinata. Anzi. Negli ultimi anni le monarchie del Golfo avevano moltiplicato i contatti con la Cina, avevano ristabilito relazioni diplomatiche con Teheran e cercato una maggiore autonomia da Washington. L’ultimo episodio racconta una storia diversa. Quando la sicurezza delle loro nazioni e delle loro economie viene minacciata, Mbs ed altri leader arabi continuano a considerare gli Stati Uniti il garante indispensabile della sicurezza regionale.

Negli ultimi anni il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva cercato di mantenere un equilibrio tra l’alleanza con gli USA e una distensione con l’Iran, favorita anche dalla mediazione cinese. Tuttavia, i ripetuti attacchi delle milizie sostenute da Teheran contro obiettivi sauditi hanno convinto Riad che la sicurezza nazionale richiede un ritorno a una stretta collaborazione militare con Washington.

Rampini sottolinea che l’Arabia Saudita dispone di enormi risorse economiche e di forze armate moderne, ma ricorda anche il fallimento della guerra in Yemen, dove la superiorità tecnologica non è bastata contro la guerriglia degli Houthi. Per questo motivo, l’intervento saudita non viene interpretato come un elemento destinato a cambiare da solo l’esito del conflitto, bensì come un forte segnale politico.

L’editoriale evidenzia inoltre che il sistema di alleanze americane nel Golfo, dato da alcuni in declino a causa dell’avvicinamento dei Paesi arabi alla Cina e del dialogo con l’Iran, resta invece solido. Quando percepiscono una minaccia diretta, le monarchie del Golfo continuano a considerare gli Stati Uniti il principale garante della propria sicurezza.

Infine, Rampini collega questi sviluppi alla cooperazione nucleare civile tra Washington e Riad. Pur riconoscendo i rischi di una corsa agli armamenti, osserva che la prospettiva di un Iran dotato di capacità nucleari spinge i suoi rivali a cercare maggiori garanzie di sicurezza, anche attraverso nuove forme di collaborazione strategica.

Tesi dell’editoriale: l’Iran ha commesso un errore di calcolo strategico. La pressione esercitata attraverso le sue milizie non ha indebolito l’influenza americana nella regione, ma ha ricompattato il fronte arabo filo-occidentale e riportato l’Arabia Saudita a un ruolo apertamente militare al fianco degli Stati Uniti.

30 luglio 2026

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