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Editoriali

Trump, Meloni e gli effetti della logica nazionalista

Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale in cui sostiene che nel duello rusticano tra il presidente degli Stati Uniti e la permir italiana la personalità dei due leader ha avuto la sua parte. Trump ha una evidente personalità autoritaria (per usare la tipologia elaborata dal sociologo tedesco Theodor W. Adorno, 1903-1969), concependo i rapporti interpersonali come gerarchici, con lui alla testa della gerarchia. Per Trump, la politica è un’attività a somma zero, o si vince o si perde, con lui che vuole sempre risultare vincitore, anche quando è perdente (come nel caso della guerra contro l’Iran). È un discepolo infantile, e inconsapevole, della tradizione schmittiana. Con la differenza che, se quest’ultima concepiva la politica come una sfera caratterizzata dalla dinamica nemico/amico, per Trump gli amici sono semplicemente vassalli. Era difficile, per Meloni, accettare a lungo di essere collocata in questa categoria, anche perché la premier è dotata di una forte personalità politica.

Sostiene Fabbrini: ”Trump è il primo presidente americano, del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, impegnato a promuovere una visione nazionalista del suo Paese. America First è un programma finalizzato a mettere in discussione il multilateralismo interno (all’America) e il multilateralismo esterno (nel sistema internazionale). Trump mira a essere il capo indiscusso del sistema interno, l’America il capo indiscusso del sistema esterno. L’impatto del nazionalismo trumpiano è stato globale, anche perché è venuto a convergere con il nazionalismo di altri Paesi, non ultimo quello cresciuto in Europa. Con America First, Trump ha fornito una prospettiva al risentimento di coloro che avevano subìto (o pensato di aver subìto) le diseguaglianze e le dislocazioni prodotte da un pur positivo processo di globalizzazione (effetti sottovalutati dai partiti mainstream). Ha promosso l’internazionale del risentimento, legittimando l’idea che i problemi domestici siano sempre dovuti a cause esterne (gli emigrati, la finanza, l’interdipendenza). Indirizzando quel risentimento contro obiettivi come le “élite globali”, gli “apparati tecnocratici”, i “decisori senza radici”. Come ha scritto Frank Fukuyama, la sua battaglia contro il deep state è diventata la bandiera di tutti i nazionalisti. Nell’Unione europea (Ue) si è tradotta nella battaglia contro la “burocrazia” di Bruxelles e le sue regolamentazioni. Una critica funzionale a indebolire le difese contro i nuovi predatori del web, come i Tech Brothers amici di Trump, per i quali l’Europa è un mercato da spremere come un limone”.

E prosegue: ”Meloni è una protagonista della rinascita del nazionalismo in Europa. Ha sostenuto Trump con lo scopo di indebolire il processo di integrazione, accentuando le rivalità tra Francia e Germania, agendo per spostare gli equilibri del Parlamento europeo verso le destre nazionaliste, con l’aiuto dei Popolari europei. Pur difendendo l’Ucraina, ha preso le distanze da iniziative europee volta a riempire i vuoti lasciati dal disimpegno americano in quel Paese, come la Coalizione dei volenterosi promossa dai governi francese e britannico. Ha sostenuto Trump nelle sue iniziative di politica estera, nonostante esse fossero condotte al di fuori della legalità internazionale, come in Venezuela. Ha sostenuto Trump nella sua politica medio-orientale, giustificando il suo appoggio al governo israeliano di Netanyahu, impegnato a condurre politiche genocidarie a Gaza, in Cisgiordania, in Libano.”


L’editoriale interpreta lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni non come un semplice incidente personale, ma come l’effetto inevitabile della logica nazionalista che entrambi, seppure in modo diverso, hanno abbracciato.

Fabbrini parte dalla personalità di Trump, descritta come autoritaria, richiamandosi alla tipologia elaborata da Theodor W. Adorno. Trump concepisce la politica come un gioco a somma zero e i rapporti internazionali come gerarchie, in cui gli alleati sono vassalli. In questo schema, Meloni – leader a sua volta dotata di forte personalità politica e consapevole dell’impopolarità di Trump in Italia – difficilmente poteva accettare a lungo una posizione subordinata.

La spiegazione decisiva, però, è il nazionalismo. Trump è il primo presidente statunitense del dopoguerra a promuovere apertamente una visione nazionalista, condensata nello slogan America First, che mette in discussione sia il multilateralismo interno sia quello internazionale. Questa visione ha alimentato una vera e propria “internazionale del risentimento”, offrendo una cornice politica a paure e frustrazioni generate dalla globalizzazione, indirizzate contro élite, tecnocrazie e interdipendenza. Come osserva Francis Fukuyama, la battaglia trumpiana contro il deep state è diventata un simbolo globale per i movimenti nazionalisti.

In Europa, questo approccio si è tradotto nell’attacco alla burocrazia di Bruxelles e alle regolole dell’Unione, funzionale anche agli interessi dei grandi gruppi tecnologici vicini a Trump. Meloni, secondo Fabbrini, è stata una protagonista della rinascita nazionalista europea: ha sostenuto Trump per indebolire l’integrazione dell’Unione Europea, favorire le destre nazionaliste e accentuare le rivalità tra gli Stati membri. Ha inoltre appoggiato diverse iniziative di politica estera trumpiane, anche quando si collocavano fuori dal quadro della legalità internazionale, e ha difeso le posizioni del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, opponendosi a sanzioni europee.

La rottura è arrivata quando il nazionalismo di Trump è diventato ingestibile: dalle mire sulla Groenlandia agli attacchi a Papa Leone XIV, fino alle pressioni militari sull’Iran. Le prese di distanza di Meloni, giudicate dall’autore tardive ma corrette, hanno provocato la reazione di Trump, che l’ha attaccata proprio perché non più docile come “alleata-vassalla”.

La conclusione di Fabbrini è netta: il nazionalismo è intrinsecamente conflittuale. Quando ogni Paese assolutizza il proprio interesse nazionale, prevale la legge del più forte e la cooperazione diventa impossibile. Trump incarna perfettamente questa logica; Meloni, non potendo più usare il trumpismo per indebolire l’Ue, si ritrova ora in una posizione ambigua, sospesa tra il distacco dal nazionalismo radicale e una tardiva ricerca di integrazione europea, con il rischio di restare politicamente in un limbo. 29 giugno 2026

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