La riforma della giustizia e la revisione costituzionale
L’editoriale analizza l’azione del governo Meloni nel contesto della revisione costituzionale, ritenendo che stia facendo la Storia non tanto per i risultati raggiunti, quanto per l’inarrestabile opera di modifica della Carta. Questa mutazione, secondo l’autore, rischia di portare a un’Italia rifondata su una sorta di “cesarismo democratico”.
Il passo più significativo in questa direzione è il disegno di legge per la riforma della Giustizia, che sarà sottoposto a referendum.
Afferma Verdelli: ”È proprio vero. Il governo Meloni sta facendo la Storia. Non tanto per gli straordinari risultati raggiunti, o sbandierati come tali dalla propaganda, in questi primi tre anni di lavoro, quanto per l’inarrestabile opera di revisione della Costituzione. Una mutazione che promette o rischia, a seconda dei punti di vista, di consegnarci nel breve-medio periodo un’italia profondamente diversa da come siamo abituati a pensarla da ottant’anni a questa parte. Un’italia rifondata su una specie di cesarismo democratico”.
- Il punto di rottura (passaggio del Rubicone): la portata storica di questa mossa non è tanto nel merito (separazione delle carriere dei magistrati, due CSM), quanto nel fatto che per la prima volta l’esecutivo entra nell’ingegneria del giudiziario, un potere che la Costituzione definisce equivalente e indipendente. Questa incursione, tentata invano anche da Silvio Berlusconi, rappresenta uno strappo netto.
Il vero obiettivo della riforma
Verdelli si interroga sulla reale utilità della riforma:
- Tesi ufficiale: il governo sostiene che la riforma garantirà un servizio migliore, una giustizia più giusta e meno influenzata da tentazioni politiche, mentre i magistrati (contestatori) mirerebbero solo a mantenere la loro autonomia.
- La chiave di lettura di Nordio: il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, afferma che la riforma “fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale” (tesi che l’autore contesta, negando il primato costituzionale della politica).
- La conclusione dell’autore: il vero motivo dell’operazione, secondo Verdelli, è rafforzare ulteriormente chi governa, sottraendo potere al giudiziario.
L’evoluzione verso una democrazia riveduta
L’editoriale inquadra questa mossa in una tendenza internazionale, riscontrabile in Paesi guidati da leader di tendenza autoritaria (come Trump, benché eletti democraticamente). La loro azione si concentra su una revisione inedita della democrazia:
- Chi vince le elezioni non amministra per l’interesse comune, ma “fa un po’ come gli pare e prende tutto”.
- Opera per avere meno “disturbi” possibili (da magistrati, giornalisti, sindacati) e nel contempo riscrive le regole del gioco per le prossime elezioni.
L’accentramento di potere in Italia
La via italiana a questa mutazione è definita “molto più soft” e graduale:
- Svuotamento del parlamento: l’uso record del voto di fiducia (oltre 100) e dei decreti legge (110) sta di fatto svuotando di senso il Parlamento, trasformando l’Italia in una “Repubblica parlamentare” solo per modo di dire.
- Ruolo del presidente della Repubblica: l’ipotesi di riforma del premierato ridurrebbe al minimo l’influenza del Capo dello Stato, arbitro e garante della Costituzione.
L’autore conclude notando la differenza con il caso di Matteo Renzi, che legò la sua permanenza al governo al referendum costituzionale (perdendo e dimettendosi). L’esperienza e l’accortezza politica di Giorgia Meloni suggeriscono che non cadrà nel “lodo Renzi”, non intestandosi direttamente il referendum sulla Giustizia.
La sentenza finale: nonostante l’esito della partita con la magistratura, il dado è tratto: “Chi governa comanda. E chi disturba è un disfattista”. Questo spirito, pur non essendo quello della Costituzione, si avvicina molto allo spirito di questo tempo.
10 novembre 2025





