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Editoriali

Il G2 e la vittoria della Cina ai punti. Così il summit cancella l’Occidente

L’ambasciatore Stefano Stefanini ha pubblicato su La Stampa un editoriale nel quale sostiene che il vertice tra Stati Uniti e Cina ha segnato una svolta storica: Washington starebbe abbandonando la tradizionale strategia occidentale di alleanze e contenimento della Cina per passare a una logica da “G2”, cioè di gestione del mondo da parte delle due superpotenze.

Scrive Stefanini: ”Il vertice fra le due massime potenze mondiali ha prodotto pochi risultati concreti e ha segnato una drastica correzione di rotta degli Stati Uniti nella politica verso la Cina. Pechino è passata da principale rivale negli equilibri mondiali a pari grado con cui dividersi la supremazia sul resto del mondo. La gara fra i due continua, è inevitabile, ma senza troppa fretta. Questo sta benissimo a Xi che guarda all’ascesa irresistibile della Cina in tempi medio-lunghi. Va meno bene a Trump che ha preoccupazioni molto più immediate: Hormuz, prezzo della benzina, elezioni di medio termine. Sulle quali, anche volendo, Pechino gli può essere poco d’aiuto. Il confronto era impari, Trump che partiva in svantaggio. Vi è rimasto. Guadagna un paio di grosse partite commerciali (soia e Boeing) ma a prezzo di due grosse concessioni: silenzio su Taiwan e trasferimenti di tecnologia. Che erano l’ossatura della politica Usa bipartisan di contenimento geopolitico e strategico della Cina”.

E continua: ”In un “deal” tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev. E gli alleati, asiatici o europei? Servono molto meno. Se non per raccattare i cocci, a richiesta. Non hanno nemmeno un autocrate inossidabile, e ammirato, a rappresentarli. Ben venga invece il G2. Inaugurato a Pechino, magari ci sarà posto anche per Vladimir. Addio al G7. Donald ha fatto sapere che parteciperà in video. Anche se cambiasse idea, Mario Draghi ha ragione: l’Europa è rimasta sola. Deve correre ai ripari”.

Secondo l’autore, la Cina esce rafforzata dal summit. Xi Jinping ottiene infatti due risultati cruciali: il silenzio americano su Taiwan e un allentamento delle restrizioni tecnologiche. In cambio, Donald Trump porta a casa vantaggi economici immediati, come accordi commerciali su soia e Boeing, ma rinuncia a principi che per decenni avevano guidato la politica americana verso Pechino.

Il punto centrale dell’editoriale è che Trump privilegia gli affari e il pragmatismo a breve termine rispetto alla strategia geopolitica. Gli interessi delle grandi aziende americane — Nvidia, Apple, Tesla e altri colossi tecnologici — sembrano prevalere sulla sicurezza nazionale: le imprese vogliono vendere tecnologia alla Cina, e l’amministrazione appare disposta a facilitare questi scambi.

Taiwan diventa il simbolo di questo cambiamento. Stefanini osserva che il mancato richiamo pubblico dell’impegno americano verso l’isola equivale a mettere in discussione il sistema di alleanze costruito dagli Usa in Asia dal 1972 in poi. Lo stesso atteggiamento, sostiene, si vede anche verso la NATO e l’Europa: Trump evita persino di ribadire apertamente il valore dell’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica.

L’autore interpreta tutto questo come parte di una nuova dottrina americana: meno alleanze permanenti e più accordi fra grandi potenze divise in sfere d’influenza. In questo schema Cina e Russia non sono più nemici strategici da contenere, ma interlocutori con cui trattare. Le realtà intermedie — Taiwan, Ucraina, persino gli alleati europei e asiatici — diventano pedine negoziabili.

La conclusione è pessimistica per l’Europa: il G7 perde centralità mentre emerge un possibile “G2” tra Washington e Pechino, con la possibile inclusione futura della Russia di Vladimir Putin. Stefanini riprende l’idea di Mario Draghi secondo cui l’Europa sarebbe ormai “sola” e costretta a rafforzarsi rapidamente perché il vecchio ombrello strategico americano non è più garantito.

15 maggio 2026