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Esteri

Brexit, il decennio perduto

Marco Bresolin ha pubblicato su La Stampa un articolo nel quale scrive che, nella Gran Bretagna, attualmente la crescita economica segna il passo, il rallentamento della produttività, la frenata degli investimenti, il calo dell’occupazione, l’export che fatica nonostante una sterlina sempre più debole che spinge in alto l’inflazione. Dieci anni di Brexit hanno permesso ai governi britannici che si sono succeduti di «riprendersi il controllo» delle decisioni legate alle politiche pubbliche, ma al prezzo di un’instabilità politica senza precedenti (già sei primi ministri si sono alternati a Downing Street, presto ne arriverà un settimo) e soprattutto di un significativo deterioramento economico.

Dice Bresolin: ”A farne le spese, le famiglie più povere, le imprese più piccole e soprattutto i giovani. E anche le promesse di flussi migratori più contenuti sono state disattese: il saldo netto ha registrato un forte aumento in questi dieci anni, fino a toccare il picco del 2023 (quasi un milione di arrivi in più rispetto alle partenze).Dopo i negoziati confusi dei primi anni per definire l’accordo di recesso, ora si è passati alle trattative con l’Unione europea per cercare di mettere qualche toppa: far riprendere la mobilità giovanile e ridisegnare la partnership bilaterale, soprattutto in campo militare ed energetico. Ma senza una grande visione strategica. E ora l’uscita di scena di Keir Starmer rischia di complicare ulteriormente i lavori in corso, come dimostra la decisione di rinviare il summit Ue-Uk inizialmente previsto per il prossimo 22 luglio”.

E prosegue: ”I dati ufficiali dell’Ufficio per la responsabilità di bilancio, organismo indipendente del Tesoro britannico, dicono che entro il 2030 la crescita del Pil sarà di quattro punti percentuali inferiori rispetto a quanto sarebbe stata in caso di permanenza nell’Unione europea. Ma si tratta di stime ottimistiche: secondo uno studio realizzato dal National Bureau of Economic Research (Nber) americano, condotto dal britannico Nicholas Bloom e da altri economisti, la zavorra della Brexit è misurabile in 6-8 punti di Pil già nel periodo 2016-2025. La produttività si è contratta del 3-4%, idem l’occupazione, che ha visto un aumento dei giovani che non studiano e non lavorano. Non c’è stato un “big bang” economico provocato da una recessione, ma piuttosto una fase di “stagnazione” o di “lenta erosione”, come ha sottolineato John Springford del Center for European Reform”.


Brexit: dieci anni di perdita economica e politica

A dieci anni dal referendum voluto da David Cameron, la Brexit si rivela per il Regno Unito un’esperienza profondamente negativa. Pur avendo consentito ai governi britannici di “riprendersi il controllo” delle politiche pubbliche, il prezzo pagato è stato altissimo: instabilità politica senza precedenti (sei primi ministri in dieci anni), crescita economica debole, produttività in calo, investimenti frenati e un peggioramento sensibile delle condizioni sociali.

L’impatto economico è stato asimmetrico: secondo Iain Begg della London School of Economics, il danno per il Regno Unito è stato cinque volte superiore a quello subito dall’Unione europea. Le stime ufficiali dell’Ufficio per la responsabilità di bilancio prevedono entro il 2030 un Pil inferiore di quattro punti percentuali rispetto allo scenario di permanenza nell’Ue, ma studi più severi – come quello del National Bureau of Economic Research, guidato da Nicholas Bloom – parlano già di una perdita cumulata tra 6 e 8 punti di Pil nel periodo 2016-2025.

Non c’è stato un crollo improvviso, bensì una “lenta erosione”, come osserva John Springford del Center for European Reform: produttività e occupazione sono scese del 3-4%, gli investimenti si sono ridotti fino al 12-18%, colpendo soprattutto le piccole imprese, soffocate dall’incertezza e dai nuovi oneri burocratici. La svalutazione della sterlina ha alimentato l’inflazione senza rilanciare l’export, che risulta inferiore del 10-15% rispetto allo scenario pre-Brexit.

Anche le promesse sul controllo dell’immigrazione sono state smentite: se gli arrivi dall’Ue sono diminuiti, quelli extra-Ue sono aumentati fino a rappresentare il 90% del totale, con un picco nel 2023. Si tratta in larga parte di manodopera poco qualificata, con benefici limitati per la produttività, mentre il Paese perde attrattività per studenti e lavoratori altamente qualificati, complice l’uscita da Erasmus e l’aumento delle tasse universitarie.

Infine, dopo anni di negoziati confusi, Londra tenta ora di “mettere qualche toppa” ai rapporti con Bruxelles – dalla mobilità giovanile alla cooperazione militare ed energetica – ma senza una vera visione strategica. L’uscita di scena di Keir Starmer rischia di complicare ulteriormente un percorso già fragile, simbolo di un decennio che l’editoriale definisce, senza ambiguità, un’occasione storica perduta.

23 giugno 2026