Paolo Mieli ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale incentrato sull’analisi del libro Ordine e disordine nella politica internazionale di Angelo Panebianco e di altri saggi recenti sul collasso delle vecchie regole geopolitiche.
Scrive Mieli: ”Per la prima volta nella storia c’è un’unificazione del mondo dal punto di vista della comunicazione (forse è il solo aspetto a cui possa applicarsi davvero il termine «globale»). Che «si accompagna però a un persistere e forse ad un accentuarsi della frammentazione politica». Un mondo che, allo stesso tempo, «si rimpicciolisce» (in qualunque parte del globo è possibile sapere quasi istantaneamente quel che è accaduto in qualunque altra parte del globo stesso) e «si dilata (sia perché un numero crescente di individui e gruppi si attiva politicamente, sia perché sono comparsi nuovi terreni di competizione, dallo spazio extraterrestre a quello digitale)». Non conosciamo le regole di funzionamento di questo nuovo mondo. In realtà, sembra che tali regole non esistano. O non esistono ancora. Così Angelo Panebianco in Ordine e disordine nella politica internazionale, un importante libro per i tipi de il Mulino”.
E prosegue: ”E cosa possiamo constatare? Che delle attuali grandi potenze possiamo dire (con Alasdair Roberts) che esse sono per popolazione, territorio e risorse dei «superstati»: Stati Uniti, Cina, Russia e India. Se a esse aggiungiamo l’Europa (che però non è un «superstato», forse lo diventerà ma ad oggi non può essere definita in tal modo e un intero capitolo del libro, l’ultimo, è dedicato ai problemi connessi alla complicatissima costruzione di una difesa comune europea), se consideriamo anche l’Europa, dicevamo, si calcola che verso il 2050 le grandi potenze comprenderanno il 40% circa della popolazione mondiale. A cui andranno aggiunti gli abitanti di Indonesia, Brasile, Sudafrica, Vietnam, Nigeria, Paesi che plausibilmente tenderanno ad assomigliare a dei «superstati». Per «superstati» si intende che hanno le fattezze degli Stati nazionali e ad un tempo degli imperi del passato. Sono «forme ibride». Hanno confini precisi e (a differenza degli imperi del passato) governano fornendo una pluralità di servizi alla popolazione. Dispongono di tecnologie che consentono il controllo del territorio e dei suoi abitanti. Ma sono costruzioni fragili. Oberate da un’infinità di compiti a elevata complessità. Il che li rende più vulnerabili degli imperi classici”.
1. Un mondo globale ma frammentato
Il mondo odierno vive un paradosso: è totalmente unificato dal punto di vista della comunicazione istantanea, ma è profondamente frammentato a livello politico. Lo spazio della competizione si è dilatato (fino al digitale e all’extraterrestre) e vede l’attivazione di nuovi attori, ma non esistono più regole di funzionamento chiare.
2. Il crollo dell’illusione occidentale
Mieli sottolinea il fallimento della tesi di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” (1992), che ipotizzava il trionfo spontaneo e universale delle democrazie liberali dopo il crollo del muro di Berlino. Si è trattato di un’illusione eurocentrica e ottimistica per due motivi:
- Grandi porzioni del pianeta non hanno mai voluto riconoscere all’Occidente il ruolo di guida morale.
- Si è dato per scontato, erroneamente, che l’ordine liberale potesse mantenersi e diffondersi da solo in virtù di una presunta superiorità ideale. L’11 settembre 2001 ha infranto definitivamente questa convinzione.
3. Tra “Superstati” e spinte imperiali
Il panorama geopolitico attuale e futuro (proiettato verso il 2050) è dominato da nuove categorie di attori:
- I superstati (USA, Cina, Russia, India): forme ibride tra lo Stato nazionale e gli antichi imperi. Hanno confini precisi, offrono servizi e usano la tecnologia per controllare capillarmente il territorio. Tuttavia, sono costruzioni fragili e vulnerabili a causa della complessità dei loro compiti. (L’Europa, viene specificato, non è ancora un superstato e sconta le difficoltà di una difesa comune).
- Le potenze regionali (Turchia, Iran): eredi di antichi imperi, ne sfruttano il mito in chiave aggressiva verso l’esterno.
- Le forze contrastanti: se la tecnologia facilita il controllo imperiale sulle popolazioni, il diffondersi globale dei sentimenti di nazionalismo e democrazia rende gli individui molto meno inclini a farsi sottomettere.
4. Dinamiche interne: coesione e opinione pubblica
L’analisi si sposta su come i leader gestiscono il consenso in contesti di minaccia internazionale, smontando alcuni automatismi:
- La coesione interna di fronte a una minaccia: teorie come il “rally around the flag” o la strategia del “diversivo” (creare tensioni esterne per unire il fronte interno) funzionano solo nel breve periodo e in presenza di minacce intense. Se la minaccia si prolunga o si innesta su una crisi economica, la coesione crolla lasciando spazio a forti conflitti interni.
- L’Opinione pubblica: agisce come “guardiano dei luoghi comuni” e delle tradizioni culturali, ponendosi come un limite invisibile per i leader. Oggi le persone sono fortemente influenzate non solo dalle élite, ma dalle interpretazioni che circolano nei propri network relazionali e digitali.
Conclusioni: ripartire da zero
Mieli sposa l’approccio metodologico di Panebianco: di fronte al caos attuale, è troppo presto per elaborare nuove “teorie generali” (che spesso si rivelano semplici constatazioni smentite dalla storia).
Non si cercano risposte preconfezionate, ma il metodo corretto per formulare le domande. L’invito finale è quello di guardare al passato non per replicarlo, ma per studiarne gli errori, accettando il fatto che per l’attuale disordine mondiale bisogna resettare i vecchi schemi e ripartire da zero.
23 giugno 2026





