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Scienza & Tecnologia

Intelligenza artificiale: scuola e libertà ai tempi dell’Ai

Giovanna Iannantuoni ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale sostiene che l’intelligenza artificiale non è più una possibilità futura ma una presenza già attiva e pervasiva nella scuola e nell’università, dove rischia di svuotare i processi educativi se usata come semplice scorciatoia per ottenere risultati rapidi. Il dibattito pubblico, oscillante tra entusiasmo ingenuo e divieti inefficaci, elude il vero nodo: l’Ai non deve sostituire la fatica del pensiero, l’errore, il confronto e la costruzione autonoma delle risposte, che sono il cuore della formazione.

Iannantuoni scrive: “Il punto non è tanto se l’Ai debba essere utilizzata. Questa discussione è superata dalla realtà. L’Ai è già dentro le aule, dentro i compiti, dentro le verifiche, dentro il rapporto tra studenti e conoscenza. Ed è qui che bisogna smettere di fingere. Se l’Ai serve solo a fare più in fretta ciò che prima richiedeva fatica, confronto, errore e correzione, allora non stiamo innovando i processi formativi, ma li stiamo di fatto svuotando. Infatti, la formazione e la scienza non sono per dare risposte, ma, al contrario, per insegnare a costruirle. Una società che delega la parte più viva del processo educativo dei giovani sta di fatto rinunciando alla propria essenza, che è la costruzione dell’autonomia critica dei giovani, e quindi della libertà stessa delle loro coscienze”.

E prosegue: ” L’Ai non è neutra. È una tecnologia costruita per ottimizzare, standardizzare, prevedere. Tre verbi che in sé non sono scandalosi, ma che lo diventano se perdiamo il tempo del ragionamento, la possibilità dell’errore, la lentezza dell’apprendimento, il valore del dubbio. Il nostro Paese ha bisogno di giovani capaci di sostenere un’idea, discutere un’ipotesi, attraversare una difficoltà, difendere una tesi, riconoscere un errore. Ha bisogno di mente critica, non di produttività automatizzata. Ha bisogno di formazione, non di scorciatoie”.

Iannantuoni avverte che educare non significa fornire risposte, ma insegnare a formularle; delegare questo compito all’AI equivale a rinunciare alla libertà critica delle coscienze. Richiamando un intervento di Rebecca Winthrop della Brookings Institution, sottolinea che l’uso pedagogico dell’AI può funzionare solo se inserito in pratiche didattiche solide e in una governance consapevole dei rischi. Il pericolo maggiore oggi non è il fallimento della tecnologia, ma la sua adozione acritica in nome di una modernità di facciata che confonde efficienza e progresso.

In Italia, il rischio è amplificato da un dibattito debole: l’AI può indebolire il pensiero, sostituire l’autonomia con scorciatoie e scambiare la produzione veloce di testi per conoscenza. Poiché l’AI tende a ottimizzare, standardizzare e prevedere, diventa problematica se cancella lentezza, dubbio ed errore. La tesi finale è politica ed educativa: non inseguire la tecnologia, ma subordinarla a valori formativi. Altrimenti avremo studenti forse più rapidi, ma cittadini più fragili e meno liberi, e una società che chiama progresso ciò che in realtà è una rinuncia all’educazione della libertà.

23 giugno 2026