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Editoriali Esteri

L’America in piazza test di democrazia

L’articolo di Alan Friedman interpreta le proteste “No Kings” negli Stati Uniti come un segnale ambivalente sullo stato della democrazia americana.

Sostiene Friedman: ”Il numero più importante di sabato non è quello degli 8 milioni di persone, secondo le stime, scese in piazza in oltre 3.000 città di tutti i cinquanta Stati contro Trump. Il numero più importante, in una nazione di 340 milioni di abitanti dove l’astensione è ormai una forma di passività politica strutturale, sono gli americani che non ci sono andati. Nel 2024 circa 75 milioni di americani hanno votato per Kamala Harris. E di questi appena l’11% è sceso in piazza. Sì, le proteste sono state imponenti. Sì, diffuse. Ma se gli americani avessero davvero capito fino in fondo il pericolo che Trump rappresenta per i loro risparmi, il loro lavoro, i loro figli e il loro futuro, le piazze degli Stati Uniti non avrebbero visto 8 milioni di persone. Ne avrebbero viste 20 milioni. Forse 30. Questa è la vera storia dell’America del 2026. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos di pochi giorni fa mostra che soltanto il 36% degli americani continua ad approvare Trump. Dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio, Trump è sceso di quattro punti percentuali. Ma il fatto che più di un terzo dell’elettorato sia ancora con lui significa che almeno cinquanta milioni di elettori continuano ad approvare quello che sta facendo. E questo dovrebbe inquietarci più di quanto le piazze ci rassicurino. La vera tragedia americana di Trump non è soltanto il fatto che il 36% continui a sostenerlo. È che molti altri, pur non amandolo, continuano a comportarsi come se fosse soltanto un presidente un po’ volgare e talvolta sopra le righe. Non hanno ancora capito che Trump è qualcosa di più pericoloso: una minaccia strutturale alla democrazia americana, alla stabilità economica e al ruolo internazionale degli Stati Uniti. Ecco perché “No Kings” conta. Non è stata soltanto una protesta contro Trump. È stata, in fondo, un test di lucidità democratica”.

Da un lato, la “buona notizia” è che milioni di cittadini sono scesi in piazza contro Donald Trump, denunciando i danni delle sue politiche: dai dazi all’economia, alla gestione della guerra in Iran, fino a uno stile di governo giudicato impulsivo e pericoloso. Le proteste mostrano quindi che esiste ancora una forte indignazione civile.

Dall’altro lato, la “cattiva notizia” è che questa mobilitazione non è sufficiente: rispetto alla popolazione e agli elettori contrari a Trump (come quelli che avevano votato Kamala Harris), solo una minoranza è davvero scesa in piazza. Questo rivela una diffusa passività e una sottovalutazione del rischio rappresentato da Trump, che secondo l’autore non è solo un leader sopra le righe, ma una minaccia strutturale alla democrazia e alla stabilità del Paese.

Le proteste nascono da più fattori: timori autoritari, uso politico dell’immigrazione, azioni federali percepite come intimidatorie e soprattutto il peggioramento delle condizioni economiche (inflazione, costo della vita). Anche la guerra in Iran ha contribuito a erodere il consenso di Trump, invece di rafforzarlo, isolandolo ulteriormente.

Friedman sottolinea che il consenso del presidente resta comunque significativo, e questo è il dato più preoccupante: milioni di americani continuano a sostenerlo o a minimizzarne il pericolo.

In prospettiva, questa situazione potrebbe avere conseguenze politiche importanti: i repubblicani rischiano di perdere la Camera alle elezioni di metà mandato del 2026, con possibili nuove indagini e persino un impeachment. Tuttavia, la vera questione è più profonda: le proteste “No Kings” sono state un test di maturità democratica, e hanno mostrato sì una crescente resistenza, ma anche una grande indifferenza.

La conclusione è netta: il problema non è quanti americani abbiano protestato, ma quanti, di fronte a una situazione ritenuta grave, siano rimasti a casa.

31 marzo 2026