Gabriele Segre ha pubblicato su La Stampa un editoriale nel quale sostiene che il mondo stia attraversando una fase storica di ritorno al caos, dovuta al declino dell’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti senza che esista ancora una nuova potenza capace di sostituirlo stabilmente.
Scrive Segre: ”Se l’origine del caos è strutturale, storica e probabilmente inevitabile, è altrettanto vero che oggi trova interpreti particolarmente spregiudicati. Leader che si percepiscono come figure eccezionali di una fase irripetibile, decisi a cavalcare il disordine con la sicumera di chi si è già prenotato un posto nei libri di storia. Convinti che il vecchio mondo sia morto e che soltanto loro abbiano la forza di traghettare il proprio popolo oltre l’imprevedibile tempesta del presente. Una schiera di Mosè contemporanei armati di bastone nucleare, intelligenza artificiale e culto della personalità, in marcia verso una terra promessa che forse non vedranno mai personalmente, ma che certamente porterà il loro nome scolpito sugli archi di trionfo. Putin è persuaso di star salvando la Russia dalla dissoluzione storica e dall’irrilevanza perpetua; Trump ha deciso di rifondare l’America demolendola pezzo per pezzo; Netanyahu agisce come se Israele fosse costantemente a trenta secondi dalla fine della civiltà e Xi Jinping ha trasformato la Cina in una gigantesca macchina di controllo ideologico, dove ogni purga è pura igiene patriottica. Un esclusivo club del “dopo di me, il diluvio” che negli ultimi anni ha fatto incetta di iscritti – chi prima chi dopo – dall’India all’Argentina, dalla Turchia all’Ungheria, passando per Brasile e Corea del Sud”.
Secondo l’autore, il caos non coincide necessariamente con la distruzione totale, ma con una situazione di incertezza e assenza di regole condivise. In passato gli imperi, le religioni o le superpotenze riuscivano a dare un ordine al mondo; oggi invece ci troviamo in una fase “intermedia”, in cui gli USA non riescono più a controllare il sistema globale e la Cina non è ancora in grado di imporre un nuovo equilibrio.
In questo vuoto, le grandi potenze non cercano più tanto di costruire ordine, quanto di destabilizzare gli avversari. Il caos diventa quindi uno strumento politico: propaganda, cyberattacchi, guerre ibride, disinformazione e pressioni economiche servono soprattutto a indebolire gli altri Stati. La Russia viene indicata come esempio particolarmente efficace di questa strategia, ma anche Stati Uniti e Cina partecipano allo stesso gioco geopolitico.
Anche le guerre cambiano natura: non servono più necessariamente a vincere definitivamente, ma a logorare il nemico, mantenerlo occupato e impedirgli di rafforzarsi internamente. I conflitti in Ucraina, Taiwan o Medio Oriente vengono letti in questa chiave.
Segre individua poi un altro elemento pericoloso: l’emergere di leader che si considerano figure “storiche” o salvifiche. Cita leader come Vladimir Putin, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Xi Jinping, accomunati dalla convinzione di essere chiamati a guidare i propri popoli attraverso una fase eccezionale della storia. Questa mentalità, secondo l’autore, giustifica derive autoritarie, polarizzazione e conflitti.
La conclusione è pessimista ma anche critica verso il culto dei “leader messianici”: gli “agenti del caos” finiscono per moltiplicare il disordine che promettono di dominare. Segre chiude sostenendo che forse il mondo avrebbe più bisogno di politici pragmatici che di grandi visionari convinti di rifondare la storia.
13 maggio 2026





