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Editoriali

Perchè è giusto usare la parola femminicidio

Dacia Maraini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui ha, sostanzialmente, replicato da par suo, alle assurdità che nella convention del nuovo partito apparso sul panorama della politica nazionale, ossia Futuro Nazionale del generalone Vannacci, ha espresso.

Scrive Maraini: ”Un uomo e una donna si conoscono, si piacciono, si amano, decidono di mettere su famiglia o comunque di vivere insieme. Dopo qualche anno in cui predomina l’intesa erotica, iniziano le abitudini a volte conflittuali di convivenza e lì cominciano i guai perché lei ha una idea diversa della famiglia dall’uomo amato. Lei, anche per via delle nuove conquiste femminili, non pensa di dovere dipendere completamente dall’uomo che ama e pretende delle libertà che lui non tollera”.

E continua: ”La decisione di dare un nome a un tragico fenomeno sociale deriva dal fatto che si ripete sempre con lo stesso rituale, che si svolge sempre all’interno della coppia. Non si può negare la differenza fra un delitto perpetrato in strada, per una rapina o un atto politico da un atto che si ripete monotono dentro la famiglia”.

Dacia Maraini risponde a chi, come Vannacci, considera il femminicidio un semplice omicidio uguale a tutti gli altri. Secondo la scrittrice, il termine è necessario perché identifica una tipologia di delitto con caratteristiche ricorrenti e specifiche.

Maraini sostiene che il femminicidio nasce quasi sempre all’interno di una relazione affettiva: un uomo non accetta l’autonomia della partner e vive la perdita di controllo su di lei come una minaccia alla propria identità e al proprio ruolo dominante. Da qui si sviluppano gelosia, possesso, violenza e, nei casi estremi, l’omicidio. L’obiettivo non è tanto eliminare una persona, quanto riaffermare un potere considerato un diritto.

L’autrice afferma che questi delitti seguono uno schema ricorrente e per questo meritano una definizione specifica, così come esistono termini come parricidio, matricidio o infanticidio. Dare un nome al fenomeno serve a comprenderne le cause sociali, culturali e psicologiche, non a modificare la gravità della pena.

Maraini collega il femminicidio a una lunga tradizione storica e culturale che ha attribuito agli uomini un potere sulle donne, ricordando che il delitto d’onore in Italia è stato abolito solo nel 1981. A suo avviso, l’aumento dei femminicidi è legato anche alla crescente autonomia femminile, che mette in discussione modelli familiari e gerarchie tradizionali.

Infine, l’autrice respinge l’idea che le donne siano meno violente per natura. La differenza, secondo lei, dipende soprattutto dall’educazione e dai modelli culturali trasmessi fin dall’infanzia. Per contrastare il fenomeno non bastano le leggi e le punizioni: occorre educare al rispetto reciproco e all’idea che l’amore non giustifica mai il possesso dell’altro.

19 giugno 2026