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Editoriali

Vera democrazia o simbolo clientelare? La «maledizione» delle preferenze

Roberto Gressi ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera in cui affronta il dibattito sulla possibile reintroduzione delle preferenze elettorali in Italia, mostrando come il tema sia da decenni irrisolto e divisivo.

Dice Gressi: ”Sei diventato deputato o senatore. Dio sa quanto ti è costato, in un Parlamento di nominati, dove se non sei caro al leader di turno, vale per tutti i partiti, non puoi nemmeno alzare la manina, per essere candidato. I genitori sono contenti e si vantano, i figli, al liceo, un po’ si vergognano, ma manco tanto. Il prestigio è alto, lo stipendio è buono, ma è pur sempre un contratto a tempo determinato. Ogni cinque anni, se non prima, si ricomincia da capo. Insomma, se riesci a farti mettere in lista, per fare la campagna elettorale ti servono tra cinquanta e sessantamila euro. Ragazzi, questa estate le vacanze si fanno al paese, da nonna. Ma se, legge elettorale non voglia, tornano le preferenze, anche solo per provarci, con tutta l’ansia che comporta, trecentomila euro sono il minimo, e magari li butti dalla finestra”.

E continua: ”Il fatto che i leader possano scegliere chi far eleggere viene segnalato come una delle maggiori cause della decadenza dell’autorevolezza del Parlamento. Ma pure le preferenze storicamente hanno innalzato i signori delle tessere, i capibastone, i cacicchi. Senza bisogno di guardare troppo indietro nel secolo scorso, agli anni Cinquanta di Achille una scarpa destra prima del voto, la sinistra dopo, le mille lire tagliate a metà, con la stessa tempistica, i pacchi di pasta e farina e l’olio nei Quartieri Spagnoli della Napoli del dopoguerra”.

E ancora: ”La possibilità per gli elettori di scegliere liberamente i propri rappresentanti senza finire nel frullatore dei ricatti è tutta ancora qui, inamovibile come un macigno”.

Il punto di partenza: il costo della politica

Gressi osserva che già oggi diventare parlamentare richiede il sostegno dei vertici di partito, poiché le liste sono in gran parte controllate dalle segreterie. Tuttavia, con il ritorno delle preferenze, i costi delle campagne personali aumenterebbero enormemente: un candidato dovrebbe investire centinaia di migliaia di euro per raccogliere voti individuali.

Il dibattito politico attuale

L’autore richiama la proposta di Giorgia Meloni di reintrodurre le preferenze. La proposta divide sia la maggioranza sia l’opposizione:

  • i sostenitori sostengono che le preferenze restituiscono agli elettori il potere di scegliere direttamente i propri rappresentanti;
  • i contrari ritengono che favoriscano clientelismo, corruzione e campagne elettorali molto costose.

I pro e i contro delle preferenze

Secondo Gressi, il confronto si svolge tra due visioni opposte:

Argomenti a favore

  • maggiore partecipazione democratica;
  • scelta diretta dei candidati da parte degli elettori;
  • rafforzamento del legame con il territorio;
  • riduzione del potere delle segreterie di partito.

Argomenti contrari

  • crescita del voto di scambio;
  • influenza di potentati locali e gruppi criminali;
  • aumento dei costi della politica;
  • vantaggio per candidati più ricchi o dotati di reti clientelari.

Il precedente storico: Achille Lauro

L’autore ricorda gli episodi simbolici della Napoli del dopoguerra legati a Achille Lauro, quando il consenso veniva conquistato con regali, scarpe distribuite a metà prima e dopo il voto, pacchi alimentari e altre forme di scambio elettorale. Questi esempi rappresentano la “maledizione” delle preferenze: il rischio che il rapporto diretto tra candidato ed elettore degeneri in clientelismo.

Il referendum di Mario Segni

Gressi richiama poi il referendum del 1991 promosso da Mario Segni, che ridusse il numero delle preferenze esprimibili. L’obiettivo era limitare il voto di scambio, il potere delle correnti interne ai partiti e la corruzione. Il referendum ottenne un successo schiacciante (oltre il 95% di sì), mentre Bettino Craxi aveva invitato all’astensione.

La conclusione

La tesi dell’articolo è che nessun sistema abbia risolto il problema della rappresentanza democratica. Le liste bloccate hanno rafforzato il controllo dei leader di partito, ma le preferenze, storicamente, hanno spesso alimentato clientelismo e poteri locali. Per Gressi, dopo oltre trent’anni dal referendum di Segni, resta aperta la domanda fondamentale: come permettere agli elettori di scegliere davvero i propri rappresentanti senza favorire ricatti, corruzione e voto di scambio?

In sintesi, l’articolo non prende una posizione netta a favore o contro le preferenze: mette in evidenza il loro carattere ambivalente e la persistente difficoltà della democrazia italiana nel trovare un equilibrio tra rappresentanza, partecipazione e trasparenza.

Il punto di partenza: il costo della politica

Gressi osserva che già oggi diventare parlamentare richiede il sostegno dei vertici di partito, poiché le liste sono in gran parte controllate dalle segreterie. Tuttavia, con il ritorno delle preferenze, i costi delle campagne personali aumenterebbero enormemente: un candidato dovrebbe investire centinaia di migliaia di euro per raccogliere voti individuali.

Il dibattito politico attuale

L’autore richiama la proposta di Giorgia Meloni di reintrodurre le preferenze. La proposta divide sia la maggioranza sia l’opposizione:

  • i sostenitori sostengono che le preferenze restituiscono agli elettori il potere di scegliere direttamente i propri rappresentanti;
  • i contrari ritengono che favoriscano clientelismo, corruzione e campagne elettorali molto costose.

I pro e i contro delle preferenze

Secondo Gressi, il confronto si svolge tra due visioni opposte:

Argomenti a favore

  • maggiore partecipazione democratica;
  • scelta diretta dei candidati da parte degli elettori;
  • rafforzamento del legame con il territorio;
  • riduzione del potere delle segreterie di partito.

Argomenti contrari

  • crescita del voto di scambio;
  • influenza di potentati locali e gruppi criminali;
  • aumento dei costi della politica;
  • vantaggio per candidati più ricchi o dotati di reti clientelari.

Il precedente storico: Achille Lauro

L’autore ricorda gli episodi simbolici della Napoli del dopoguerra legati a Achille Lauro, quando il consenso veniva conquistato con regali, scarpe distribuite a metà prima e dopo il voto, pacchi alimentari e altre forme di scambio elettorale. Questi esempi rappresentano la “maledizione” delle preferenze: il rischio che il rapporto diretto tra candidato ed elettore degeneri in clientelismo.

Il referendum di Mario Segni

Gressi richiama poi il referendum del 1991 promosso da Mario Segni, che ridusse il numero delle preferenze esprimibili. L’obiettivo era limitare il voto di scambio, il potere delle correnti interne ai partiti e la corruzione. Il referendum ottenne un successo schiacciante (oltre il 95% di sì), mentre Bettino Craxi aveva invitato all’astensione.

La conclusione

La tesi dell’articolo è che nessun sistema abbia risolto il problema della rappresentanza democratica. Le liste bloccate hanno rafforzato il controllo dei leader di partito, ma le preferenze, storicamente, hanno spesso alimentato clientelismo e poteri locali. Per Gressi, dopo oltre trent’anni dal referendum di Segni, resta aperta la domanda fondamentale: come permettere agli elettori di scegliere davvero i propri rappresentanti senza favorire ricatti, corruzione e voto di scambio?

In sintesi, l’articolo non prende una posizione netta a favore o contro le preferenze: mette in evidenza il loro carattere ambivalente e la persistente difficoltà della democrazia italiana nel trovare un equilibrio tra rappresentanza, partecipazione e trasparenza.

19 giugno 2026