Paolo Giordano in un editoriale sul Corriere della Sera analizza la drammatica mutazione dei rapporti tra l’Europa (e l’Italia) e gli Stati Uniti sotto la seconda amministrazione Trump, partendo dall’impatto scioccante delle immagini di violenza che giungono dall’America.
Scrive Giordano: ”L’euforia della violenza da parte di squadre legittimate a usarla dalla più alta carica dello Stato. Non legittimate implicitamente, come accade in certi regimi sanguinari con i quali non vorremmo avere nulla da spartire: investite, benedette, come eserciti di crociati. Al confronto, i dazi — che sono diventati una misura quotidiana di ricatto e coercizione — non sembrano granché. Fanno a malapena notizia. Eppure anch’essi mostrano come la spregiudicatezza trumpiana, che nei primi mesi ha suscitato il fascino di molti, soprattutto maschi di una certa età, capace com’era di scuotere l’equilibrio mondiale, ormai è soltanto truce, incattivita e pure ripetitiva. Di affascinante le è rimasto ben poco. Non basta. Due giorni prima dell’omicidio di Alex Pretti, un giorno prima di postare una grafica in cui cammina mano nella mano con un pinguino, il presidente degli Stati Uniti ha ingiuriato in mezza frase centinaia di vite di militari europei uccisi in Afghanistan. Tra di loro, anche il caporalmaggiore degli alpini Matteo Miotto, che ho incontrato nel 2010 in una base operativa nel deserto. L’ho presa sul personale. Pur con un ritardo pensoso, la presidente Meloni ha condannato quella singola affermazione di Trump, in una delle prime prese di distanza ufficiali dell’italia dal governo americano”.
Continua Giordano: ”Nessuno avrebbe voglia di prendere le distanze dagli Stati Uniti. Fa paura, è faticoso, ed è anche molto costoso, suppongo. Come riuscirci poi? Ma un allontanamento non è per sempre. A un certo punto l’amministrazione statunitense cambierà, allora molte relazioni verranno riportate, se non proprio allo stato precedente, all’interno di un regime minimo di rispetto istituzionale. Donald Trump sta accumulando troppi misfatti, troppe esagerazioni perfino per la parte più fanatica della sua base elettorale. Se non gli riuscirà di sovvertire le regole elettorali a proprio favore — eventualità che non è affatto da escludere — gli americani gliene chiederanno conto (o forse la mia è solo l’ennesima debolezza sotto forma di speranza)”.
1. La violenza come linguaggio politico
L’autore apre citando l’esecuzione di Alex Pretti e gli scontri a Minneapolis. Non descrive questi eventi come incidenti isolati, ma come il risultato di un “impazzimento” alimentato da una leadership che legittima la violenza, quasi investendola di una missione “crociata”. La spregiudicatezza di Trump, un tempo vista da alcuni come affascinante o dirompente, si è ormai trasformata in qualcosa di puramente truce e ripetitivo.
2. Il rapporto con l’Italia e l’offesa ai caduti
Giordano sottolinea un punto di rottura personale e nazionale: le parole sprezzanti di Trump sui militari europei caduti in Afghanistan (tra cui l’italiano Matteo Miotto). Sebbene la Presidente Meloni abbia condannato tali affermazioni, l’autore ritiene che questa presa di distanza sia tardiva rispetto alla gravità della situazione.
3. La metafora del “partner maltrattante”
Il cuore dell’editoriale è una potente similitudine domestica:
- Gli Stati Uniti sono diventati un partner abusante e violento.
- Di fronte a un partner simile, la compiacenza o l’attesa che le cose cambino da sole sono strategie fallimentari.
- Ogni ulteriore vicinanza rischia di trasformarsi in connivenza.
4. Il dilemma del governo italiano
Giordano riconosce l’abilità diplomatica di Giorgia Meloni, ma avverte che il suo legame amichevole con Trump è diventato un rischio. Mentre l’Europa si prepara a una “cesura” (una separazione netta) dagli USA, l’Italia rischia di rimanere schiacciata nel mezzo.
5. Una questione di identità
L’editoriale si chiude con interrogativi etici e pragmatici:
Fino a che punto l’Italia è disposta ad accettare umiliazioni in nome dell’alleanza?
Qual è il prezzo reale di questa fedeltà?
È necessario agire su se stessi e definire chi vogliamo essere, poiché non si può cambiare
26 gennaio 2026





