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Esteri

Diplomazia Usa, un’umiliazione

Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene una tesi molto netta: la bozza di accordo tra Stati Uniti e Iran rappresenterebbe una grave sconfitta diplomatica per Washington e un successo strategico per Teheran e, indirettamente, per la Cina.

Scrive Fubini su questo preliminare di accordo: ”L’Iran e gli Stati Uniti «si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale e a evitare di interferire negli affari interni l’uno dell’altro». Così in questa guerra avviata da Washington uccidendo la guida suprema Ali Khamenei, con l’intenzione di forzare un cambio di regime, si conclude con il suo opposto: non solo con un regime iraniano ancora più militarizzato, ma con l’impegno formale degli americani a non azzardarsi di nuovo a rovesciarlo. Siamo lontanissimi dal miraggio con un’America che «crea la propria realtà» sul terreno: non solo un obiettivo fondamentale della guerra è fallito, ma la Casa Bianca firma solennemente l’impegno a rinunciarvi. A maggior ragione, perché la Repubblica islamica ora rivendica le acque di Hormuz e ha scoperto una formidabile arma di deterrenza nel bloccarle in caso ritenga che la Casa Bianca violi le promesse”.

E continua: ”«Gli Stati Uniti si impegnano, in coordinamento con i loro partner (del Golfo, ndr), a creare un piano concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico dell’Iran, garantendo un finanziamento da almeno 300 miliardi di dollari». Trump ha precisato subito che il governo americano non verserà un solo cent in quel fondo il quale, in sostanza, ha tutta l’aria di una riparazione per l’aggressione. Ma intanto è nero su bianco il principio dell’indennizzo a uno dei peggiori regimi del mondo. E il vicepresidente JD Vance ha già detto che si chiederà a entità del Golfo di contribuire. Ora, immaginate come accoglieranno l’idea: i Paesi sunniti dell’area si sono trovati in una guerra americana senza essere neanche stati avvertiti dalla Casa Bianca, che poi non ha saputo difenderli mentre l’Iran si rivaleva contro di loro con migliaia di missili e droni. Ora l’America chiede loro di versare riparazioni all’Iran. Che effetto può fare alla credibilità degli Stati Uniti come leader di alleanze internazionali?

La tesi centrale

Secondo Fubini, dopo oltre cento giorni di crisi gli Stati Uniti non hanno raggiunto gli obiettivi iniziali. Invece di indebolire o favorire il cambio di regime in Iran, si troverebbero ad accettare condizioni che consolidano il potere della Repubblica islamica. Per questo l’autore parla di una delle maggiori umiliazioni della diplomazia americana dai tempi di Saigon (1975) e Kabul (2021).

I punti che considera più favorevoli all’Iran

1. Fine dell’idea di cambio di regime
La bozza prevede il reciproco rispetto della sovranità e il divieto di interferenze negli affari interni. Per Fubini ciò equivale a una rinuncia formale americana a qualsiasi tentativo futuro di rovesciare il regime iraniano.

2. Rafforzamento del controllo iraniano su Hormuz
L’Iran manterrebbe un ruolo importante nella gestione della sicurezza e della navigazione nello stretto di Hormuz. L’autore teme che Teheran possa trasformare questo ruolo in una sorta di pedaggio mascherato per il traffico marittimo, aumentando il proprio potere di pressione sui mercati energetici.

3. Piano di sviluppo da 300 miliardi di dollari
Gli Stati Uniti si impegnerebbero a promuovere un piano di ricostruzione e sviluppo dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari, finanziato soprattutto dai Paesi del Golfo. Fubini interpreta questa clausola come una forma di risarcimento all’Iran, ritenendola politicamente umiliante per Washington e difficilmente accettabile per gli alleati arabi.

4. Revoca delle sanzioni
La sospensione immediata delle sanzioni sul settore energetico iraniano avverrebbe senza che Teheran conceda nulla sui missili balistici o sul sostegno a gruppi come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. Per l’autore questo rappresenta una concessione unilaterale.

Il nodo nucleare

In cambio, gli Stati Uniti ottengono soltanto l’impegno iraniano a negoziare sul nucleare e la riaffermazione che l’Iran non intende costruire armi atomiche.

Fubini considera questa promessa poco significativa perché è la stessa posizione dichiarata da Teheran da anni. Inoltre giudica il testo ambiguo e meno restrittivo dell’accordo sul nucleare del 2015 promosso dall’amministrazione Obama, che aveva imposto limiti più precisi all’arricchimento dell’uranio.

Il ruolo della Cina

L’ultimo punto dell’accordo prevede una ratifica tramite una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Secondo Fubini questa clausola sarebbe stata voluta dall’Iran con il sostegno della Cina, che grazie al proprio diritto di veto acquisirebbe un ruolo di garante e quindi maggiore influenza sulla regione.

Conclusione dell’autore

Fubini conclude che:

  • gli Stati Uniti escono dalla crisi con un prestigio internazionale indebolito;
  • l’Iran conserva il proprio regime e ottiene benefici economici e strategici;
  • gli alleati americani del Golfo risultano marginalizzati;
  • la Cina emerge come il vero vincitore geopolitico, rafforzando il proprio ruolo di garante degli equilibri energetici e regionali.

In sintesi, l’articolo interpreta la bozza di accordo come il segno di un ridimensionamento della potenza americana e di uno spostamento degli equilibri internazionali a favore di Iran e Cina.

La tesi centrale

Secondo Fubini, dopo oltre cento giorni di crisi gli Stati Uniti non hanno raggiunto gli obiettivi iniziali. Invece di indebolire o favorire il cambio di regime in Iran, si troverebbero ad accettare condizioni che consolidano il potere della Repubblica islamica. Per questo l’autore parla di una delle maggiori umiliazioni della diplomazia americana dai tempi di Saigon (1975) e Kabul (2021).

I punti che considera più favorevoli all’Iran

1. Fine dell’idea di cambio di regime
La bozza prevede il reciproco rispetto della sovranità e il divieto di interferenze negli affari interni. Per Fubini ciò equivale a una rinuncia formale americana a qualsiasi tentativo futuro di rovesciare il regime iraniano.

2. Rafforzamento del controllo iraniano su Hormuz
L’Iran manterrebbe un ruolo importante nella gestione della sicurezza e della navigazione nello stretto di Hormuz. L’autore teme che Teheran possa trasformare questo ruolo in una sorta di pedaggio mascherato per il traffico marittimo, aumentando il proprio potere di pressione sui mercati energetici.

3. Piano di sviluppo da 300 miliardi di dollari
Gli Stati Uniti si impegnerebbero a promuovere un piano di ricostruzione e sviluppo dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari, finanziato soprattutto dai Paesi del Golfo. Fubini interpreta questa clausola come una forma di risarcimento all’Iran, ritenendola politicamente umiliante per Washington e difficilmente accettabile per gli alleati arabi.

4. Revoca delle sanzioni
La sospensione immediata delle sanzioni sul settore energetico iraniano avverrebbe senza che Teheran conceda nulla sui missili balistici o sul sostegno a gruppi come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. Per l’autore questo rappresenta una concessione unilaterale.

Il nodo nucleare

In cambio, gli Stati Uniti ottengono soltanto l’impegno iraniano a negoziare sul nucleare e la riaffermazione che l’Iran non intende costruire armi atomiche.

Fubini considera questa promessa poco significativa perché è la stessa posizione dichiarata da Teheran da anni. Inoltre giudica il testo ambiguo e meno restrittivo dell’accordo sul nucleare del 2015 promosso dall’amministrazione Obama, che aveva imposto limiti più precisi all’arricchimento dell’uranio.

Il ruolo della Cina

L’ultimo punto dell’accordo prevede una ratifica tramite una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Secondo Fubini questa clausola sarebbe stata voluta dall’Iran con il sostegno della Cina, che grazie al proprio diritto di veto acquisirebbe un ruolo di garante e quindi maggiore influenza sulla regione.

Conclusione dell’autore

Fubini conclude che:

  • gli Stati Uniti escono dalla crisi con un prestigio internazionale indebolito;
  • l’Iran conserva il proprio regime e ottiene benefici economici e strategici;
  • gli alleati americani del Golfo risultano marginalizzati;
  • la Cina emerge come il vero vincitore geopolitico, rafforzando il proprio ruolo di garante degli equilibri energetici e regionali.

In sintesi, l’articolo interpreta la bozza di accordo come il segno di un ridimensionamento della potenza americana e di uno spostamento degli equilibri internazionali a favore di Iran e Cina.

18 giugno 2026