Il Comizio Agrario di Mondovì custodisce nei suoi archivi la Memoria del Cav. Prof. Felice Garelli che gli aveva consentito di ricevere la medaglia d’oro nel lontano 1868. Ecco quel che ha scritto.
Fino a qual punto questo giudizio sia applicabile al circondario di Mondovì. Necessità di adottare metodi più razionali di vinificazione
Al difetto di quest’arte devesi attribuire la scarsità dei vini buoni e la sovrabbondanza dei mediocri. E qui si avverta che accennando ai vini buoni, mi intendo di parlare dei vini ordinari pel commercio. Ché al postutto poco monta che qualunque possiede una vigna metta a parte alcune uve e faccia con esse poche bottiglie di vino scelto e sia pure prelibatissimo. La vera arte della vinificazione non sta in ciò: essa consiste nel fabbricare molta copia di buoni vini pel commercio, di vini cioè che sieno piacevoli al gusto, che si lascino bere in discreta quantità senza far male, e che resistano alle vicende delle stagioni ed al trasporto per terra e per mare senza riceverne danno.
Ad ottenere tali vini deve particolarmente mirare l’arte della vinificazione appresso noi; poscia ché quand’anche volessimo, non potremmo fabbricare gran copia di vini di lusso, mancandone a ciò innanzi tutto la qualità dei vitigni, nei quali, giusta la sentenza del Guyol, sta il genio del vino.
Invero pochissimo coltivate nel nostro Circondario sono le varietà di viti che propriamente diconsi fine. Troviamo tra le uve rosse il nebbiolo e la barbèra e tra le bianche il moscato e la malvagia: ma esse occupano piccolissima estensione di terreno, tanto ce in alcuni luoghi, anziché farne vini separati, si riuniscono ad altre uve per migliorarne il mosto.
Non è tuttavia a tacersi che la coltivazione di queste varietà di viti è appena incipiente, e che il terreno ed il clima sono favorevoli alle medesime: sicchè ad es. la barbèra ed il nebbiolo nei territori di Cherasco, di Narzole, di Dogliani, Carrù ecc. potrebbero ricevervi una coltivazione più estesa della attuale.
Non cerchiamo di far vini di lusso
La qualità di vite che per sua diffusione si può dire l’unica coltivata nel Circondario si è il dolcetto. La coltiva l’alpigiano e l’abitante della pianura con più o meno vantaggio; ma essa prospera nelle nostre colline e specialmente in tutta la regione a destra del Tanaro denominata Langa. Con quest’uva non si possono preparare dei vini di lusso dolci e liquorosi, robusti e pieni di fuoco, oppure gradevolmente odorosi; perché in essa non sovrabbondano le materie zuccherine, né le sostanze fragranti. Ma per compenso, e grazie alla buona proporzione dei principi che ne compongono il mosto, i vini di dolcetto riescono graditi a tutti i gusti, sono più di ogni altro salubri ndo dunque questa cifra per la produzione media (cifra che non è di quelli delle più riputate provincie del Piemonte. Cito a prova i vini delle nostre Langhe, i quali per giudizio di quanti sono abili assaggiatori di vini, acquistano, se ben fatti, pregio non minore di quelli dell’Astigiana e del Monferrato.
5 maggio 2026
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