Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale in cui partendo dal recente Consiglio europeo informale che ha finalmente sbloccato un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, superando il veto dell’ungherese Viktor Orbán sostiene che i problemi dell’Unione Europea non sono assolutamente terminati. Questo risultato non deve infatti illudere: sul nostro fronte orientale la situazione resta critica.
Fabbrini descrive una diffusa avanzata di forze nazionaliste, autoritarie e spesso filorusse nei Paesi dell’Est: dalla Bulgaria di Rumen Radev, alla Romania con il partito AUR, dalla Slovacchia di Robert Fico, fino alle difficoltà istituzionali in Polonia e alla fragilità politica in Slovenia e Ungheria. Questa tendenza rende l’Ue vulnerabile a nuovi veti e blocchi decisionali, soprattutto sul sostegno a Kiev e sulle politiche comuni.
Afferma Fabbrini: ”Radev è un critico dell’Ue, anche se il suo Paese ha ricevuto da quest’ultima (bilancio 2021-2027) ben 17 miliardi di euro. Radev è contrario ad aiutare l’Ucraina e sostiene con forza la Russia di Putin. In Romania, il partito filorusso AUR rappresenta più del 40 per cento dell’elettorato. In Polonia, il governo liberal-conservatore del premier Donald Tusk è paralizzato dalla destra nazionalista ed autoritaria del Presidente della Repubblica Karol Nawrocki. In Slovacchia, il premier Robert Fico ha deciso di partecipare alla parata militare che si terrà sulla Piazza Rossa del Cremlino il prossimo 9 maggio. In Slovenia, dopo le elezioni del 22 marzo scorso, il partito filorusso (Resni.ca) sta divenendo pivotale per dare vita ad un governo. In Ungheria, poco meno della metà degli elettori non ha comunque votato Magyar. Nuovi veti sono in arrivo. Da tempo, vi è un diffuso e sistematico slittamento, nella parte orientale dell’Ue, verso forze nazionaliste e autoritarie (e spesso russofile). Per molto tempo si era ritenuto che, con gli aiuti economici, i Paesi dell’est “sarebbero divenuti come noi”. Bastava cambiare la struttura economica e una nuova sovrastruttura culturale sarebbe emersa. Il trionfo di Karl Marx. I modi di pensare e sentire, tuttavia, non sono mai un puro derivato della logica economica. Nonostante i finanzia menti ricevuti, infatti, nei Paesi dell’est è montato un risentimento nei confronti dei Paesi dell’ovest, oltre che una critica rabbiosa delle istituzioni di Bruxelles. Ivan Krastev e Stephen Holmes hanno spiegato quella rabbia come la reazione all’imposizione di un modello estraneo alla esperienza di quei Paesi. Mentre i Paesi dell’ovest si erano impegnati a creare un intenso web di interdipendenze economiche, sociali e culturali tra di loro, i Paesi dell’est si sono invece impegnati a ricostruire il loro stato nazionale, dopo mezzo secolo di dominazione “internazionalista” dell’Unione Sovietica. Obbligato ad imitare l’Ovest, l’Est si è ribellato. Come ci si ribella ad un impero, per dirla con Jan Zielonka”.
Secondo l’autore, l’errore dell’Occidente è stato credere che l’integrazione economica fosse sufficiente a produrre una convergenza culturale e politica. Nonostante i benefici economici ricevuti, in molti Paesi dell’Est è cresciuto un risentimento verso Bruxelles e verso l’Ovest, percepiti come impositori di modelli estranei. Come spiegato da Ivan Krastev e Stephen Holmes, l’Est ha vissuto l’integrazione come un obbligo di imitazione, reagendo con una ribellione identitaria.
Fabbrini sottolinea che questo atteggiamento affonda le radici in percorsi storici differenti, poco compatibili con la tradizione liberal-democratica occidentale, come mostrano gli studi di Nicola Fuchs-Schündeln e Matthias Schündeln. L’allargamento dell’Ue è stato geo-politicamente necessario, ma ha prodotto una paralisi decisionale che favorisce gli avversari dell’integrazione.
Le possibili soluzioni – estendere il voto a maggioranza qualificata, rafforzare le cooperazioni tra gruppi di Stati, come proposto da Enrico Letta e altri – sono giudicate necessarie ma non sufficienti. Serve una scelta più profonda: costruire “più Europe”, capaci di rispettare le diversità storiche ma anche di agire efficacemente.
Conclusione netta: l’Unione europea non può più procedere con il pilota automatico, né restare ostaggio dei veti. Di fronte ai futuri allargamenti e alle sfide geopolitiche, sono inevitabili decisioni strutturali sul suo funzionamento e sul suo destino politico.
28 aprile 2026





