L’editoriale di Mattia Feltri su La Stampa critica come alcune figure politiche italiane — pur ben intenzionate — non colgano l’essenza delle proteste in Iran e tardino a formulare risposte adeguate, riflettendo un problema più generale di adattare il linguaggio politico alle dinamiche reali di libertà e diritti nel mondo contemporaneo.
La critica di Feltri non è solo verso i singoli politici, ma verso una certa incapacità del discorso politico italiano nel dare risposte coerenti a dinamiche internazionali e complesse.
L’autore sembra suggerire che un atteggiamento di ritardo, incertezza o banalizzazione non è all’altezza di una crisi profonda come quella iraniana, che mette in gioco diritti fondamentali e coraggio civile.Tema centrale dell’editoriale.
Feltri commenta con ironia e critica la difficoltà delle forze politiche italiane di centro‑sinistra — in particolare alcuni esponenti del cosiddetto campo largo come Arturo Scotto (deputato del PD) e Giuseppe Conte (ex presidente del Consiglio) — nel formulare una posizione chiara e sensata di fronte alle proteste e alla repressione in Iran.
1. Ritardo e incertezza nel riconoscere il significato delle proteste
Feltri osserva che Scotto, pur criticando la repressione, spiega con un tono burocratico e lento che “presto si organizzerà una manifestazione” di solidarietà con il popolo iraniano, giustificando il ritardo con la complessità dell’organizzazione.
Le proteste in Iran, invece, sono in corso da tre anni e tre mesi, nate dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel settembre 2022 e proseguite nonostante la repressione feroce.
Feltri usa questo contrasto per mettere in evidenza come si sia a lungo ignorato o sottovalutato il significato della rivolta, invece di darle immediata attenzione e considerazione.
2. Critica alla posizione di Giuseppe Conte
Feltri passa poi a Conte, che ha chiesto un “deciso e rapido lavoro diplomatico” per fermare il massacro.
L’osservazione principale è che — secondo Feltri — non si capisce il senso di questo appello, perché:
se l’obiettivo fosse fermare le proteste per arrestare la repressione, non si risolve la questione; le proteste continuano da anni per Porre fine alla tirannia, non semplicemente al “massacro”. Così, per Feltri, Conte sembra fraintendere la natura del movimento: non è un’espressione di malessere passeggero ma una rivolta profonda contro il regime.
3. Il senso più ampio dell’editoriale. La critica di Feltri non è solo verso i singoli politici, ma verso una certa incapacità del discorso politico italiano nel dare risposte coerenti a dinamiche internazionali e complesse.
L’autore sembra suggerire che un atteggiamento di ritardo, incertezza o banalizzazione non è all’altezza di una crisi profonda come quella iraniana, che mette in gioco diritti fondamentali e coraggio civile.
13 gennaio 2026









