Antonio Polito ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera in cui descrive i giganteschi problemi che la premier Giorgia Meloni si trova ad affrontare.
Usa i casi di Roberto Cingolani, Pietrangelo Buttafuoco e Beatrice Venezi per mettere in luce un problema strutturale della destra di governo: l’incapacità di selezionare e valorizzare una classe dirigente fondata sulla competenza.
Scrive Polito: ”Cingolani è una punta di diamante dell’establishment italiano. Da accademico e fisico di prim’ordine, era stato chiamato da Mario Draghi a fare il ministro della transizione energetica, con l’entusiasmo di Beppe Grillo. Giorgia Meloni seppe trovare in lui, dapprima come consigliere e poi come capo di Leonardo, un apprezzato segnale di continuità: i governi cambiano ma i problemi del Paese restano. La storia è finita con la sua non spiegata sostituzione alla guida della grande azienda pubblica, tra le prime d’europa nel settore della difesa (anche se, bisogna dirlo, al suo posto è andato un ottimo manager)”.
E continua: ”In questi anni non si è intuito un metodo, quale sia il cursus honorum. Non per riaprire giudizi storici sull’era berlusconiana, ma il Cavaliere mandò in Europa tre personalità come Mario Monti, Emma Bonino e Mario Draghi, nessuno dei quali aveva obblighi di «mandato» nei suoi confronti. Il metodo, in quei tre casi, fu la competenza: il miglior italiano per quel posto”.
Pur molto diversi tra loro, i tre casi rivelano una difficoltà comune nel rapporto tra politica e professionalità autonome. Cingolani, figura di alto profilo tecnico e simbolo di continuità istituzionale, viene rimosso senza spiegazioni dalla guida di Leonardo. Buttafuoco, intellettuale indipendente vicino alla cultura di destra, fallisce nel tentativo di rinnovare la Biennale di Venezia, travolto da un caso politico-diplomatico. Venezi, scelta più identitaria che meritocratica, perde la direzione del Teatro La Fenice non per motivi artistici ma per un’esposizione pubblica giudicata inopportuna.
Secondo Polito, dopo quasi quattro anni di governo, la destra – in particolare Fratelli d’Italia – non ha prodotto veri homines novi né chiarito un percorso di crescita della propria élite politica. Mancano figure interne capaci di reggere dicasteri chiave come Economia, Esteri o Interno; l’eccezione è Guido Crosetto, la cui formazione però precede l’attuale destra.
Polito confronta questo approccio con quello di Silvio Berlusconi, che seppe valorizzare personalità come Mario Monti, Emma Bonino e Mario Draghi sulla base della competenza, senza pretese di fedeltà politica.
La conclusione è critica: la destra sembra cercare “intellettuali organici”, subordinati a un progetto ideologico, ispirandosi persino a Antonio Gramsci. Ma, avverte Polito, in una società aperta e senza una visione condivisa di lungo periodo, la competenza non può essere ridotta a obbedienza. È proprio questo fraintendimento che spiega gli addii, i rancori e l’incompiutezza della classe dirigente della destra al governo.
28 aprile 2026





