Gabriele Segre, un editorialista de La Stampa, ha pubblicato un articolo in cui sostiene che il dibattito occidentale sulla guerra in Iran è mal posto perché continua a giudicare l’azione americana con i parametri del passato. La domanda non è se gli Stati Uniti “vinceranno” o “perderanno” in Iran secondo i criteri classici di stabilizzazione, cambio di regime o ordine regionale. Quei criteri non valgono più.
Afferma Segre: ”Per settant’anni l’America in guerra ha recitato un copione riconoscibile. Si entrava con una giustificazione più o meno presentabile, un obiettivo dichiarato, una exit strategy almeno abbozzata. Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan: cambiavano i teatri, non la trama. «Noi siamo i garanti dell’ordine globale. Quando traballa, interveniamo nell’interesse di tutti — a partire dal nostro». Logica nobile a parole, talvolta cinica nei fatti, spesso disastrosa nei risultati — ma comprensibile. Dunque misurabile. Se il cambio di regime produceva caos e radicalizzazione anziché libertà e democrazia, era un fallimento. Se le rotte restavano aperte e il petrolio scorreva, un successo. Era una contabilità elementare: più ordine uguale vittoria, meno ordine uguale sconfitta”.
Secondo Segre, l’America non si concepisce più come il gendarme dell’ordine globale, ruolo diventato insostenibile. Al suo posto emerge un nuovo modello: un’America “pirata”, esplicitata senza ipocrisie da Donald Trump, che non mira a governare il caos ma a sfruttarlo. In questa logica non esistono exit strategy, ricostruzione o responsabilità di lungo periodo: conta solo il bottino immediato (petrolio, leva militare, rendite geopolitiche).
L’intervento contro Iran va quindi letto non come una serie di errori strategici, ma come una scelta coerente con un nuovo paradigma: colpire, indebolire, saccheggiare risorse e dimostrare forza senza assumersi il costo di stabilizzare il sistema. La chiusura dello Stretto di Hormuz o l’instabilità regionale non sono fallimenti, perché il pirata prospera nel disordine.
Questo cambio di postura americana mette in difficoltà soprattutto Cina, descritta come un “armatore”: una potenza mercantile che ha bisogno di rotte sicure, flussi prevedibili e un minimo di ordine globale per continuare a crescere. Pechino invoca stabilità e cessate il fuoco non per idealismo, ma per necessità strutturale, senza però essere disposta o capace di sostituirsi agli USA come garante dell’ordine.
La conclusione è che la vera posta in gioco non è l’Iran, ma la Cina: il caos globale danneggia il modello cinese molto più di quello americano. Il rischio maggiore, avverte Segre, è che l’errore di valutazione non sia di Washington, ma dell’Occidente, che continua a misurare il successo con categorie ormai superate, senza capire che gli Stati Uniti stanno giocando un’altra partita.
7 aprile 2026





