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L’incertezza da evitare

In un’analisi sul Corriere della Sera, Danilo Taino esamina la recente trattativa sui dazi transatlantici, sostenendo che le tariffe imposte da Donald Trump non sono un mezzo per un accordo, ma un fine in sé.


La difficile scelta dell’Europa sui dazi di Trump

Taino riconosce che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, potrebbe non possedere l’abilità negoziale di Donald Trump (“The Art of the Deal”). Tuttavia, l’articolo suggerisce che, nel valutare l’accordo sui dazi raggiunto in Scozia, è cruciale considerare le alternative disponibili per l’economia europea. Le opzioni per l’Europa erano: subire dazi del 30% (o più) sull’export verso l’America; imporre contro-dazi, aumentando i prezzi per i consumatori europei; affrontare una guerra commerciale non voluta dalle imprese; o accettare un periodo di estrema incertezza e probabili divisioni interne all’UE.


I dazi come obiettivo, non strumento, per Trump

L’autore evidenzia come l’amore di Trump per gli accordi sia superato solo dal suo amore per i dazi. Per lui, le tariffe sulle importazioni applicate a quasi tutto il mondo (con l’esclusione, per ora, della Russia) non sono uno strumento negoziale, ma l’obiettivo finale. Se poi si raggiunge un compromesso a suo favore, tanto meglio. Taino critica l’idea che l’UE avrebbe dovuto rispondere con una “linea dura” o minacciare una guerra commerciale. Se i dazi imposti da Trump danneggiano l’economia americana, logica vuole che i controdazi europei avrebbero danneggiato l’economia europea e aumentato i costi per i suoi cittadini, senza portare benefici alle imprese. L’accordo accettato da von der Leyen, sebbene “un colpo duro per l’Europa”, era preferibile all’alternativa di peggiorare ulteriormente la situazione imponendo costi aggiuntivi ai propri cittadini.


Le conseguenze della guerra commerciale per le imprese

In una guerra commerciale aperta, il mondo del business soffre per l’aumento dei costi dovuto ai vincoli agli scambi, ma soprattutto per l’incertezza creata dallo scontro politico. L’imprevedibilità rende difficile prendere decisioni imprenditoriali, specialmente con un attore come Trump. Le imprese, probabilmente, preferiscono un quadro di dazi più alti ma prevedibili, rispetto a un’incertezza totale. L’articolo solleva dubbi su come avrebbero reagito i governi dell’UE a un conflitto aperto con Washington, sotto la pressione delle lobby interne.


Perché Cina e Canada non sono paragonabili

Si potrebbe obiettare che l’Europa avrebbe dovuto seguire l’esempio di Cina e Canada, che hanno risposto duramente a Trump. Taino replica che la partita di Trump con la Cina è completamente diversa e considerata “esistenziale” per gli USA. Lo scontro con Pechino va oltre il commercio, toccando tecnologia, competizione in Paesi terzi, materie prime e assetto militare. È un confronto a 360 gradi che potrebbe portare a una rottura quasi completa dei rapporti, a un grande accordo bilaterale (disastroso per l’Europa) o a uno stallo. Questo livello di confronto non è paragonabile a quello di Washington con altri Paesi, inclusa l’UE. Per quanto riguarda il Canada, lo stesso Trump ha dichiarato di non aspettarsi un accordo e che i dazi rimarranno, a riprova che le tariffe gli interessano più del compromesso.


La debolezza strutturale dell’Europa e la necessità di cambiamento

L’imposizione delle tariffe è un duro colpo per l’Unione Europea e una dimostrazione del completo sconvolgimento che la politica di Washington sta causando nel sistema commerciale internazionale. L’errore più grande che i Paesi dell’UE potrebbero commettere sarebbe quello di limitarsi a gestire i danni. L’economia europea soffriva di blocchi strutturali ben prima dell’arrivo di Trump. La posizione di debolezza dell’UE deriva da fattori interni come la scarsa crescita della produttività, la limitata innovazione, gli eccessi regolatori che penalizzano gli investimenti e la mancata integrazione continentale di servizi e mercati finanziari. Il “colpo” arrivato dalla Scozia deve servire da monito per gli europei, spingendoli a cambiare per diventare più resilienti. Per ora, l’arte di von der Leyen è stata nel non scegliere l’alternativa peggiore.


30 luglio 2025