In un articolo del Corriere della Sera, Massimiliano Jattoni Dall’Asén analizza il funzionamento della web tax e il suo futuro, specialmente dopo i recenti sviluppi nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa.
Che cos’è la web tax?
La web tax è una proposta di tassazione internazionale mirata alle multinazionali digitali (come Google, Amazon, Apple e Facebook) che operano prevalentemente online. L’obiettivo è far sì che queste grandi aziende paghino le tasse nei Paesi in cui generano effettivamente i profitti, anziché trasferirli in giurisdizioni con regimi fiscali più vantaggiosi e spesso senza una presenza fisica significativa. I profitti di queste aziende derivano principalmente dalla pubblicità online e dalla profilazione dei dati personali degli utenti, attività altamente remunerative e richieste dal mercato.
L’opposizione di Trump e le motivazioni dell’UE
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è mostrato fortemente ostile alla web tax, considerandola una misura protezionistica che minaccia la competitività globale delle Big Tech americane. Dal punto di vista dell’Unione Europea, la proposta nasce dalla necessità di riequilibrare il sistema fiscale. Mentre l’Europa ha un surplus commerciale significativo negli scambi di merci con gli USA, gli Stati Uniti godono di un surplus altrettanto cospicuo nei servizi dematerializzati e digitali, che sono meno soggetti alle dogane. La web tax, quindi, mirerebbe a creare un sistema fiscale più equo, in cui tutte le imprese contribuiscano adeguatamente alle finanze pubbliche.
Il futuro incerto della web tax europea
Dopo l’incontro Trump-Von der Leyen, la web tax europea è stata data per “sacrificata” e non compare nemmeno nel Bilancio pluriennale 2028-2034 della Commissione Europea. Questo perché l’approvazione di una web tax a livello UE richiede l’unanimità dei Paesi membri, un consenso difficile da raggiungere a causa delle divisioni interne. Nonostante l’amministrazione americana abbia interpretato l’esito dell’incontro come un impegno dell’UE a non introdurre tali tasse, la Commissione europea per il Commercio ha ribadito il diritto dell’Unione a regolamentare autonomamente lo spazio digitale. La conclusione attuale è che, per ora, non ci saranno sviluppi significativi a livello di web tax europea.
La posizione e la web tax italiana
L’Italia, a differenza dell’UE, ha introdotto una propria web tax nazionale nel 2020, denominata “Digital Service Tax”. Questa imposta prevede un’aliquota del 3% sui ricavi generati in Italia da pubblicità, accesso a piattaforme digitali e trasmissione di dati utente. Si applica alle imprese con ricavi globali superiori a 750 milioni di euro. Sebbene fosse concepita come una misura transitoria in attesa di una soluzione multilaterale dell’OCSE (che non è mai arrivata), questa tassa ha generato un gettito di 455 milioni di euro nel 2024, con l’85% versato da multinazionali USA. Tuttavia, questo importo rimane una cifra esigua se confrontata con i 24,6 miliardi di euro di tasse versate annualmente dalle PMI italiane, evidenziando come l’imposta sui giganti digitali sia ancora una “goccia nel mare”.
30 luglio 2025





