Giulio D’Antona, per il quotidiano La Stampa, ha intervistato lo scrittore Adam Gopnik che sviluppa un’attenta analisi sul fenomeno Trump.
Per un osservatore esterno, il crollo della società americana può essere uno spettacolo interessante. «La storia mentre capita è difficile da decifrare», scriveva Primo Levi, ma in questo caso sembra che tutto accada proprio per essere visto. Forse a beneficio dei posteri. «Donald Trump avanza nella sua affermazione di potere personale proprio come se volesse che chiunque gli riconoscesse un primato», ha scritto qualche tempo fa il saggista Adam Gopnik, che nel corso dei primi mesi della nuova amministrazione – mentre Trump si impossessava della Groenlandia, deportava migliaia di persone, cominciava la guerra dei Dazi, schierava l’esercito contro i manifestanti, revocava visti, giocava al negoziatore e mandava le truppe in Venezuela – è passato da incredulo, a pessimista, a disperato, senza però esaurire mai le argomentazioni in difesa di quella democrazia che già qualche mese fa a La Stampa definiva “condannata”.
Secondo Gopnik, Trump non ha un piano politico o ideologico ben definito. Le sue azioni sono spinte da una costante ricerca di riconoscimento e da un desiderio di affermazione del potere personale. L’autore lo descrive come un individuo impulsivo, facilmente manipolabile da chi ha un programma preciso e sa come adularlo. Questo spiega il suo atteggiamento contraddittorio: si comporta da “imperatore” con i leader europei, ma è “supplichevole” con Putin. Le sue azioni, come le deportazioni o l’imposizione di dazi, non sono mosse da una visione politica organica, ma sono piuttosto un modo per mettere in atto un “rituale di accettazione da terza elementare”, un’esibizione di forza.
Declino della democrazia e uso della violenza
Gopnik vede nell’amministrazione Trump un chiaro sintomo del declino della democrazia americana. La distinzione cruciale, a suo avviso, è tra la discussione politica e le minacce dirette alle istituzioni democratiche. Mentre si può discutere sull’efficacia di politiche migratorie o economiche, non è accettabile che vengano messe in pratica attraverso corpi paramilitari come l’ICE o che i dazi vengano imposti per capriccio. L’uso dell’esercito nelle città, le dichiarazioni sulla pena di morte e i riferimenti all’eliminazione dei nemici non sono decisioni politiche, ma vere e proprie “intimidazioni” che minano le fondamenta del sistema liberale.
Gopnik riconosce che l’incapacità dei governi progressisti di gestire il disordine sociale (senzatetto, microcriminalità) ha creato un terreno fertile per l’autoritarismo, dando a Trump l’opportunità di presentarsi come l’unica soluzione per ripristinare l’ordine.
Politica estera e plutocrazia
Sulla politica estera, Gopnik definisce le ambizioni di Trump (come l’acquisto della Groenlandia) come “trolling” per gli americani, ma come una minaccia reale per gli altri Paesi. Sottolinea come le azioni di Trump siano impulsive e irrazionali, ma sempre pronte a riaccendersi. Nonostante Trump sembri disinteressato alla guerra perché “fa male agli affari”, la sua propensione al dominio potrebbe spingerlo verso conflitti inaspettati.
Infine, Gopnik si concentra sull’aspetto più “straziante”: la nuova classe plutocratica (Bezos, Musk, Altman) ha perso la comprensione che la propria ricchezza è stata creata grazie a uno stato di diritto e non grazie a un sistema basato sulla corruzione. Essi si sono trasformati in “oligarchi” che cercano la vicinanza al potere, proteggendo il capo invece del sistema che li ha resi ricchi.
L’articolo si conclude con un senso di incertezza e pessimismo da parte di Gopnik, che pur non volendo arrendersi, non riesce a trovare una risposta che neghi il disastro imminente.
30 agosto 2025





