di Antonello Catani
Chiunque osservi con occhio distaccato e non settario l’evoluzione dell’Europa soprattutto negli ultimi decenni, non potrà fare a meno di notare una serie di rovinose politiche ideate e perseguite dall’entità chiamata UE.
Basti citare, a mo’ di esempio, l’isterico coinvolgimento nel conflitto ucraino (di fatto, stimolo a quest’ultimo), l’insano progetto di inserimento dell’Ucraina sia nella NATO che nella UE, un’irragionevole e ossessiva paranoia anti-russa, il surreale abbandono del gas russo a buon mercato, l’oscena collusione-sovrapposizione con la NATO, l’impudente abuso della nozione di “asilo” (marino o terrestre che sia) che ha legittimato una masochistica e catastrofica invasione migratoria di cui gli Europei pagheranno sempre più le conseguenze nei decenni a venire. La politica migratoria in questione è infatti sostanzialmente criminale, se si tiene conto degli indici di natalità dei migranti e del calo demografico verticale europeo, dai Paesi baltici all’Italia e alla Grecia. A questo scenario si aggiunga un’ottusa e mal indirizzata politica anti-inquinamento (i famigerati “Verdi”), senza dimenticare una crescente intolleranza e autoritarismo mascherati da difesa della democrazia. Il dilettantismo, l’arroganza e i disastrosi risultati delle suddette politiche sono così palesi da provocare una banale domanda: come mai questo organismo è riuscito a partorire tante balordaggini e nello stesso tempo a venderle a dei creduli Europei, almeno fino a non molto tempo fa? Di fatto, un’occhiata anche sommaria alla storia e all’evoluzione della UE può fornire delle risposte.
Come è noto, l’antenata della UE, la CEE, nacque nel lontano 1957 con lo scopo di promuovere una progressiva integrazione di tipo energetico ed economico – ma non di tipo politico – di cui l’unione doganale sarebbe stata la pre-condizione. L’attuazione del Trattato in questione veniva demandata a una Commissione, allora composta da 9 membri ma sprovvistadi effettivi poteri. Da notare che a quella data l’antecedente dell’odierno Parlamento europeo contava solo 142 membri, oggi diventati 720. Successivamente, gli Stati membri si sono moltiplicati a dismisura, contemporaneamente a quelli della NATO.
L’evoluzione della CEE e le sue successive estensioni e riforme, culminate nel Trattato di Lisbona del 2007, costituiscono un caso da manuale circa la tendenza delle organizzazioni in generale ad ampliarsi, ramificarsi e rafforzarsi, finendo per sovrapporsi e spesso sostituirsi ai loro agenti originali, in questo caso, gli Stati nazionali. Nel corso del tempo, infatti, tramite un’ulteriore serie di Trattati, un organismo originariamente di tipo doganale ed economico ha infatti esteso a dismisura il suo originale e limitato campo di azione, moltiplicando i suoi organi, continuando ad appropriarsi di prerogative o facoltà prima detenute solo dagli Stati nazionali, estendendo le sue iniziative anche al campo sociale, politico e diplomatico, sia europeo che extra-europeo, violentando e demonizzando ad ogni occasione le rivendicazioni nazionali.
Ma vediamo certe significative caratteristiche strutturali dell’organismo in questione.
Intanto, una premessa: la UE non esiste sulla carta geografica in quanto specifica entità con relativi confini e capitale. Non ha inoltre un esercito. Non è né una Federazione né una Confederazione. Ha le movenze di un Impero, ma non lo è e non avrebbe mai il coraggio di ammetterlo esplicitamente. In realtà è un ibrido, un’associazione di Stati che nel corso del tempo, sempre tramite Trattati, hanno delegato parte delle loro competenze a quest’ultima. In altre parole, essa è una creazione sostanzialmente cartacea, senza storia, tradizioni consolidate, epos nazionale o radici che non siano da tavolino.
Dal punto di vista finanziario, inoltre, essa è un’entità totalmente parassitaria, le cui entrate sono i contributi dei singoli Stati membri, che poi ridistribuisce come sussidi e aiuti a questi ultimi in base a scelte e criteri spesso puramente ideologici o opportunistici. Il fatto che a Lisbona la UE si sia dotata anche di un Presidente del Consiglio e di un Responsabile per gli affari esteri esacerba la natura cartacea e di cervellotico doppione dell’istituzione. Il ruolo di queste ultime due figure è infatti ancora più vago e pretestuoso di quello dello stesso Presidente della Commissione. Sempre a Lisbona, venne inoltre anche istituito il criterio della “maggioranza qualificata,” che sostituiva quello precedente dell’unanimità. Come noto, la maggioranza qualificata è raggiunta se sono soddisfatte due condizioni: (1) il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 paesi su 27); (2) gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’UE. Come apparirà meglio più avanti, il nuovo criterio suppostamente più garantista, è di fatto uno strumento per aggirare eventuali dissensi nei confronti dei programmi della Commissione.
La composizione dei vari Stati membri è a sua volta significativa, non potendo essere più squilibrata e ineguale sia dal punto di vista demografico e sociale che da quello economico. La popolazione di 16 Paesi membri, per esempio, pesa il 20% rispetto a un totale di 450 milioni, mentre la Germania da sola pesa il 18.5 % e un lillipuziano Stato membro come Malta ha una popolazione di appena 575.000 abitanti, meno cioè, di molte città italiane di media grandezza. Lo squilibrio demografico corrisponde ovviamente anche a quello produttivo ed economico-finanziario. Nuovamente, il PNL di Stati come la Germania o la Francia pesa da solo di più quello di decine di Stati piccoli messi assieme. Ovviamente, analoghe osservazioni potrebbero essere fatte per le enormi differenze sociali e di costumi esistenti fra i 27 Paesi della UE. Tutte queste differenze rendono a dir poco proterve tutte le misure comunitarie che pretendono di imporre regole comuni di tutti i tipi a dei Paesi le cui differenze socio-economiche esistono da molti secoli.
Ma veniamo ora alla rappresentatività all’interno di questo organismo. Essa è più apparente che reale. Solo i Membri del Parlamento Europeo sono eletti con suffragio popolare, mentre i Commissari, Presidenti della Commissione e del Consiglio vengono eletti per cooptazione interna. Anche qui, le percentuali sono significative. La Germania possiede 96 rappresentanti, ovvero il 13,3% dell’intero parlamento. La Francia 81, e cioè, l’11,2% del totale Se poi a questi due Stati aggiungiamo anche l’Italia e la Spagna, le quattro nazioni detengono ben 314 membri, e cioè il 43,6% del Parlamento. Sono percentuali da tenere a mente.
Da notare che in genere gli eletti al Parlamento Europeo non vantano delle attestate esperienze e spessore politici. Si tratta per lo più di figure improvvisate e spesso di puri dilettanti. In genere, infatti, i candidati con reale spessore politico si presentano per cariche nazionali nei rispettivi Paesi piuttosto che in seno alla UE. Una tendenziale mediocrità di fondo o comunque un aleatorio bagaglio politico sembra dunque caratterizzare in una significativa misura la composizione umana del Parlamento Europeo. L’età minima prescritta per i suoi elettori – da 16 a 18 anni a seconda dello Stato – non suggerisce, particolarmente per i votanti vicini a tali età, delle scelte politiche consapevoli o basate su qualcosa che non siano dei criteri emotivi e per sentito dire. Tale imbarazzante elemento vale del resto anche per le elezioni nazionali in generale, cosa che giustifica notevoli perplessità circa la presunta capacità del comune cittadino di valutare adeguatamente i programmi dei vari Partiti o le complessità della politica internazionale.
L’aleatoria competenza politica, per le ragioni sopra menzionate, dei membri del Parlamento, è a questo punto ulteriormente inquinata dal fatto che costoro sono organizzati in gruppi politici trans-nazionali. A questo riguardo, i due più importanti sono l’EPP e il S&D, di vocazione prevalentemente socialista e centrista, che hanno dominato il Parlamento europeo per quasi tutta la sua vita, detenendo continuamente fra il 40 e il 70% dei seggi. Da notare ancora che i membri della Commissione sono vincolati dal loro giuramento d’ufficio a rappresentare gli interessi generali della UE piuttosto che quelli del loro Stato d’origine. Anche tale elemento gioca un ruolo non insignificante.
Un’essenziale attività della UE, oltre a quella di emettere una pletora di regolamenti e direttive in tutti i campi, è la distribuzione di fondi e sussidi fra i vari Paesi. A questo riguardo, lo squilibrio demografico-economico prima citato produce nuovamente i suoi effetti. E’ noto come una quindicina di Stati membri ricevano più di quanto non versino, mentre altri, più grandi, versano più di quanto non ricevano. I versamenti della Germania da sola costituiscono il 24% circa del totale. Sono quindi i Paesi più grandi quelli che in altre parole garantiscono i contributi a quelli più piccoli, una buona parte dei quali è entrata a far parte della Comunità solo negli ultimi anni. Come detto in precedenza, si tratta in prevalenza di Stati che sono entrati anche nella NATO. Viste le proporzioni rappresentative dei Paesi più popolosi e ricchi, è intuitivo che essi possono influenzare e condizionare pesantemente le scelte comunitarie non solo per quanto riguarda gli indirizzi economici e politici in generale ma anche per quanto riguarda l’erogazione e il criterio dei contributi.
Per quanto in apparenza estranea alla struttura della UE, la NATO è da sempre una sorta di gemella illegittima di quest’ultima, Le ragioni di tale collusione sono molto più opache e meno onorevoli di quanto le pompose dichiarazioni ufficiali non esprimano. Fin dall’inizio la UE è stata una docile ancella degli Stati Uniti, vincitori della II Guerra Mondiale ma anche di fatto il vero pilastro della NATO. Essa ha pertanto delegato tale organismo come suo sostituto difensore. Non si può immaginare uno sposalizio più incestuoso e masochistico o magari da furbi. La furberia in questione (addossare di fatto agli Stati Uniti il costo della difesa europea) ha consolidato un vassallaggio ormai incancrenito e continua a trascinare a questo punto l’Europa in generale nell’erratica e caotica scia della politica estera americana.
In altre parole, un’entità che si spaccia come espressione della migliore volontà comune europea è in realtà una struttura fisiologicamente squilibrata, un castello burocratico e farraginoso (32.000 addetti), le cui scelte e indirizzi sono frutto di intossicazioni ideologiche, dilettantismo e un’infaticabile smania di potere. Le ingerenze nella politica interna dei vari Stati, anche non membri, testimoniano del progetto di progressiva prevaricazione delle autonomie nazionali. Date le caratteristiche citate dell’organismo, non è quindi una coincidenza che al suo vertice si trovino poi faccendieri e pericolosi dilettanti.
Quasi naturale chiedersi come mai i vari Stati europei sottostanno a tale struttura, hanno brigato per entrarvi o anche altri spasimano a tale scopo. Le ragioni sono più prosaiche e meschine delle pompose fanfare sull’irrevocabile unità europea.
La carota dell’assenza di barriere doganali e di libera circolazione delle persone (Schenghen) assieme ai vari sussidi e contributi, elargiti specie agli Stati membri più piccoli e più deboli – e si tratta della maggioranza – è il vero motore della continuata adesione di molti Stati ora parte della UE e che si riparano all’ombrello delle sue cospirazioni. Non è un caso che l’unico caso di uscita sia stato quello della Gran Bretagna, sempre alla rincorsa delle sue grandezze e isolamenti imperiali. Il martellante lavaggio dei cervelli, alimentato da imbecilli o prezzolati social media, riguardo alla difesa della democrazia di cui la EU sarebbe l’alfiere, ha contribuito in maniera difficilmente sottostimabile all’immagine sostanzialmente falsa e mistificante di questo rovinoso organismo.
Infine, ribadendo la nozione richiamata all’inizio, sarebbe ingenuo sottovalutare la volontà di potenza e di sopravvivenza che tacitamente pervade le fondamenta stesse della UE e dei suoi ambiziosi funzionari. Paradossalmente, una volta insediatisi a Bruxelles e a Strasburgo, i delegati dei vari Stati nazionali finiscono per soggiacere alle lusinghe e privilegi del Potere e quindi di un organismo che di fatto mortifica e prevarica i loro stessi Paesi di origine. E’ grazie a questi irrefrenabili e avidi progetti personali che la UE si è continuamente ingrandita con i suoi tentacoli parassitari a spese delle sovranità nazionali.
31 agosto 2025




