Flavia Amabile ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui descrive la situazione che stanno vivendo oggi le donne in Afghanistan. Il racconto viene fatto attraverso la storia di due sorelle la condizione delle donne nell’Afghanistan governato dai talebani.
Scrive Amabile: ”Le custodie di plastica marrone vengono appoggiate sul tappeto con la delicatezza che si riserva agli oggetti di enorme valore. Non contengono gioielli né soldi di cui pure ci sarebbe un gran bisogno in questa capanna di acqua e terra, una delle più povere di Herat, la terza città dell’Afghanistan, la capitale culturale di un Paese dove miseria e malnutrizione sono a ogni angolo di strada. Dentro le custodie c’è qualcosa di più prezioso persino dell’oro che nessuno ha mai visto in questa casupola che a ogni pioggia rischia di sciogliersi in una fanghiglia vischiosa: le carte d’identità di Malika e Fatima Mossawi, le prime mai possedute dalle due sorelle anche se hanno 18 e 20 anni. Con le tessere di plastica dove i loro dati sono stampati in modo indelebile e ufficiale, potranno acquistare qualcosa che non ha prezzo: l’identità. Non saranno più delle ragazze-fantasma come troppe bambine e giovani donne afghane. Bisognerebbe festeggiare a casa Mossawi in questo pomeriggio di agosto, se solo ci fossero i soldi per permettersi almeno una Fanta o una Coca-Cola perché Malika e Fatima finalmente potranno accedere almeno alle poche opportunità offerte alle ragazze afghane. «Non abbiamo potuto frequentare nemmeno i primi anni di scuola, gli unici ancora consentiti alle bambine», spiega Malika mentre è seduta sul pavimento accanto alla sorella a intrecciare i delicati fili di un tappeto, uno dei pochi lavori concessi a queste ragazze finora invisibili, inesistenti, due ombre senza volto e senza nome. «Lavoravamo in una fabbrica ma non possiamo più uscire, neanche se accompagnate da nostro fratello. Senza documenti come dimostriamo chi siamo o la nostra parentela con lui? Ci arresterebbero subito», spiega Fatima”.
E prosegue: ”Purtroppo storie come queste esistono nell’Afghanistan dei talebani», spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. «Non sappiamo quante siano ma sappiamo che sono legate alla mancanza nelle famiglie dei soldi necessari per ottenere i documenti e anche al fatto che, negli ambienti più conservatori, si pensa che le donne non ne abbiano bisogno e a livello istituzionale tutto questo è permesso. È uno dei modi in cui si pratica l’apartheid di genere: le famiglie sono libere di registrare o meno le figlie all’anagrafe, nessuna autorità si preoccupa di verificare se esistono delle ragazze fantasma. Per i talebani è l’ultimo dei problemi. Anzi, se le ragazze non hanno i documenti sono anche più contenti perché hanno meno diritti»”.
A cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan continua a essere segnato da povertà estrema e soprattutto dalla sistematica esclusione delle donne dalla vita sociale, educativa e lavorativa. A Herat, la storia delle sorelle Malika e Fatima Mossawi, rispettivamente di 18 e 20 anni, rappresenta in modo emblematico questa condizione.
Le due ragazze, appartenenti a una famiglia poverissima di sette persone, hanno ricevuto per la prima volta una carta d’identità. Un documento apparentemente banale che per loro rappresenta invece la conquista di una vera e propria identità civile: fino a quel momento erano, di fatto, delle «ragazze fantasma», prive di documenti e quindi estremamente limitate nei loro diritti e nella possibilità di muoversi.
La famiglia vive in condizioni drammatiche: il padre guadagna meno di 40 euro al mese lavorando presso un santuario e le ragazze contribuiscono al bilancio familiare tessendo tappeti. Per realizzare un tappeto occorrono circa sei mesi e il compenso, poco più di 300 euro, deve essere diviso tra quattro lavoratrici.
La madre, Zakiya, ha voluto fortemente ottenere i documenti per le figlie. Lei stessa era stata data in sposa a soli 13 anni e non ha mai avuto la possibilità di studiare. Per questo ha cercato di impedire che Malika e Fatima subissero lo stesso destino, rifiutando le proposte di matrimonio e cercando di garantire loro almeno la possibilità di studiare e scegliere autonomamente il proprio futuro.
Anche ottenere una carta d’identità, tuttavia, è stato difficile: il costo e le spese necessarie per procurare i documenti richiesti rappresentavano quasi un intero stipendio familiare. Zakiya ha quindi messo da parte di nascosto i pochi soldi disponibili e si è fatta aiutare dai parenti.
Ora, grazie ai documenti, le due sorelle possono almeno accedere a qualche opportunità. Malika sogna di studiare, mentre Fatima spera in una vita tranquilla e, un giorno, di ottenere un passaporto per poter andare in Iran. Una scuola privata gestita da un ente benefico ha già accettato di accoglierle.
Il caso delle Mossawi, sottolinea Riccardo Noury di Amnesty International Italia, non è isolato. Non si conosce il numero delle donne prive di registrazione, ma il fenomeno è favorito sia dalla povertà sia dalla mentalità conservatrice secondo cui le donne non avrebbero bisogno di documenti propri. La mancata registrazione anagrafica diventa così un ulteriore strumento di discriminazione e controllo: una donna senza documenti ha meno diritti, meno possibilità di spostarsi e maggiore dipendenza dalla famiglia.
Il significato dell’articolo
La forza del reportage sta nel mostrare che, nell’Afghanistan dei Talebani, anche un documento d’identità può diventare una conquista di libertà. La vicenda di Malika e Fatima rende concreta una realtà più ampia: l’«apartheid di genere» non si manifesta soltanto nella chiusura delle scuole e nelle restrizioni al lavoro e alla libertà di movimento, ma anche attraverso la negazione o la mancata attribuzione dell’identità civile.
E proprio per questo il sorriso delle due ragazze davanti alle loro carte d’identità assume un valore simbolico: da donne invisibili diventano finalmente persone riconosciute dallo Stato, con la possibilità, seppur minima, di immaginare un futuro diverso.
31 agosto 2026





