Mattia Feltri, ha pubblicato su La Stampa, nella sua rubrica Buongiorno, un articolo in cui racconta, con un lungo paradosso solo apparente, che cosa rappresenti Radio Radicale: una radio completamente fuori dal mercato, senza pubblicità né intrattenimento, dedicata integralmente alla trasmissione della vita democratica del Paese — Parlamento, magistratura, partiti, sindacati, processi, convegni, cultura, informazione internazionale. Un servizio pubblico unico, che nessun altro mezzo offre.
Dice Feltri che Meloni sembra abbia in mente di escludere dal finanziamenteo pubblico Radio Radicale: ”una radio impegnata a rendere conto di tutto quanto non rendono conto gli altri che invece puntano a share e ricavi, e per questo, per il servizio pubblico altrimenti offerto da nessuno, è così indispensabile alla democrazia e riceve dallo Stato otto milioni di euro l’anno (…) per l’equivalente di sei centesimi, quando tutti gli anni la Rai attraverso il canone riceve circa un miliardo e ottocento milioni di euro”
Questa funzione costa allo Stato circa otto milioni di euro l’anno, già dimezzati a quattro: una cifra che equivale, per ogni cittadino, a sei centesimi. Feltri sottolinea l’assurdità del risparmio, soprattutto se confrontato con i circa 1,8 miliardi annui che la Rai riceve dal canone, oltre alla pubblicità.
Il punto politico è amaro e ironico: ciò che non era riuscito a fare Giuseppe Conte, rischia di riuscire a Giorgia Meloni — chiudere Radio Radicale. Il tutto non per una scelta di principio o per un grande risparmio, ma appunto per sei centesimi, simbolo di una miopia che mette a rischio un presidio fondamentale della democrazia.
21 febbraio 2026





