La Georgia e il copione ucraino

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    Le attuali dimostrazioni in Georgia e il modo in cui esse vengono interpretate e diffuse dalla maggior parte dei mass media e delle istituzioni europee e americane suggeriscono con prepotenza la replica  di un copione: quello ucraino. Anche nel 2013, nella piazza Maidan a Kiev, folle di dimostranti inneggianti alla democrazia protestarono contro un governo democraticamente eletto, provocandone la caduta e l’ascesa di un presidente commediante. Il ruolo avuto in tali eventi dalla faccendiera Victoria Nuland, alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, è un segreto di Pulcinella  e non vale la pena di insistervi.

     Il risultato del colpo di Stato è sotto gli occhi di tutti, almeno di coloro che li tengono aperti: montagne di armi, corruzione dilagante, 500.000 morti, run Paese semi distrutto, un regime ormai dittatoriale con legge marziale, senza opposizione e con elezioni rimandate sine die. Nonostante tale catastrofico risultato e il criminale sperpero di risorse e vite umane, sembra che la lezione non sia bastata e la storia pare stupidamente ripetersi. Non si sa se meravigliarsi o indignarsi per tanta ottusa insistenza.

    Almeno ufficialmente, la levata di scudi e le critiche nei confronti del governo georgiano riguardano il progetto di legge mirante a rendere trasparenti le attività delle organizzazioni non governative (ONG) operanti in Georgia e finanziate dall’estero. Il progetto di legge prevede infatti che le organizzazioni che ricevono più del 20% dei loro fondi dall’estero dovranno registrarsi come agenti al servizio di entità straniere. Da notare che proprio  la UE sta per approvare una legge volta ad assicurare che organizzazioni e individui operanti al servizio di Stati estranei alla UE emettano dei rendiconti pubblici sulle loro attività a i fondi ricevuti. 

    Vale inoltre la pena di ricordare che una legge simile, il Foreign Agents Registration Act è in funzione negli Stati Uniti addirittura dal 1938. Più precisamente, la legge in questione richiede, come recita espressamente il sito del Dipartimento di Giustizia, “che certi agenti di potenze straniere, debitamente registrati come tali e che sono impegnati in attività politiche o di altra natura, debbano emettere periodici pubblici rendiconti della loro relazione con entità straniere così come anche delle attività, finanziamenti ed esborsi connessi a tali attività.”

    Insomma, il Governo georgiano è accusato di voler applicare delle misure già in vigore da decenni negli Stati Uniti e che stanno per esserlo anche nella UE. La contraddizione e il criterio dei due pesi e delle due misure non potrebbero essere più clamorosi e impudenti. Come mai tanto zelo? I ministri degli esteri di Lettonia, Lituania, Estonia e Islanda si sono addirittura precipitati a visitare il presidente georgiano, contrario alla legge, per esprimerle tutta la loro solidarietà e il loro sostegno. Di fatto, una plateale intromissione negli affari interni della Georgia.

 

     La suddetta visita, i commenti europei sulla questione e le stesse dichiarazioni dei dimostranti georgiani la dicono lunga sulla ormai consolidata tendenza allo stravolgimento dei fatti e offrono un istruttivo esempio di come la demonizzazione dell’Altro sia al servizio della manipolazione degli ingenui.

     Ecco per esempio Il quotidiano Il Giornale tacciare la legge di “illiberale” anche se di fatto non spiega perché. Gli aggettivi pittoreschi sono di moda.  Il sito The Watcher Post, va ancora più in là, perchè afferma che  la legge mira “a mettere in una black list” (sic) tutte le organizzazioni operanti in Georgia che ricevono almeno il 20% di finanziamenti dall’estero. Anche in questo caso, non solo la definizione di black list è fuorviante ma non vengono fornite ulteriori spiegazioni sul perché.

      Il lessico in proposito diventa progressivamente ancora più demonizzante. Secondo Il Riformista,  infatti, “la repressione in Georgia è già iniziata, con la polizia che ha iniziato a picchiare i manifestanti e ad arrestarli”. 

     Insomma, lo scenario proiettato è quello di un regime oppressivo e dittatoriale. Da notare che il partito al governo ha vinto le elezioni per tre volte di seguito e che la legge è stata approvata con una schiacciante maggioranza. La demonizzazione in alcune significative  dichiarazioni  di Peter Stano, portavoce del Servizio di Azione Estera dell’Ue, secondo cui la legge in questione “è molto pericolosa per le ambizioni europee della Georgia. Le attese dell’Ue sono molto chiare: l’adozione di questa legge è un ostacolo grave nel percorso della Georgia per l’ingresso in Ue”. Non meno enfatica, la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, che scrive su X: “Tbilisi, ti ascoltiamo! Ti vediamo! I Georgiani nelle strade sognano l’Europa. Sventola con orgoglio la bandiera europea.

       Il canto dell’allodola (ovvero l’adescamento) per i Georgiani è insomma chiaro, così come lo sono le minacce. Un libro aperto.  L’ingresso nella UE e magari anche nella NATO sono subordinati al docile allineamento con Bruxelles e alla presa di distanza da Mosca non solo a livello diplomatico. La situazione non potrebbe essere infatti più ingarbugliata. La Georgia ha rotto i rapporti diplomatici con la Russia dopo la separazione dell’Ossetia e dell’Abkazia. D’altra parte, il Paese non ha partecipato alle sanzioni anti-russe. Nello stesso tempo, il fondatore dell’attuale partito al governo (“Il sogno georgiano”) è un miliardario arricchitosi in Russia. Difficile infine dimenticare che Stalin era georgiano e che intere fasi di storia e di generazioni georgiane del XX secolo hanno avuto uno scenario russo. Le aspirazioni di una parte della società georgiana, soprattutto dei giovani, a un ingresso europeo contrastano insomma con la storia e la geografia del Paese, ancora più eccentrica e distante dall’Europa della stessa Turchia.

       La più prosaica verità è che dietro le ostilità euro-americane nei confronti del contestato progetto legge sulle organizzazioni agisce il vecchio e onnipresente progetto anti-russo, divenuto un’ossessione auro-americana dopo esserlo stato di Napoleone, della Gran Bretagna imperiale e poi di Hitler. Di fatto, l’ostilità è anche una coda di paglia: la trasparenza richiesta alle varie organizzazioni, infatti, rivelerebbe fino a che punto settori chiave dell’economia e delle istituzioni georgiane sono dipendenti da finanziamenti esterni e quindi di fatto condizionati e influenzabili. Al di là degli slogans democratici, diventano a questo punto più evidenti anche le reali ragioni delle reazioni popolari al progetto legge, fra l’altro stimolate e rinvigorite dai moniti comunitari. Non solo diventerebbe chiara la natura, peso e identità dei vari finanziatori stranieri, ma il loro eventuale ostacolo colpirebbe privilegi e vantaggi acquisiti, mentre l’irritazione di Bruxelles minerebbe le aspettative di ingresso nella UE.

     Il meccanismo psicologico e la sequenza non fanno una grinza.

 

     Fra le numerose organizzazioni straniere operanti in Georgia, l’americana USAID  costituisce un esempio istruttivo di quale possa essere il loro peso economico e quindi la relativa capacità di influenza. Secondo dati della stessa suddetta agenzia, negli ultimi 30 anni la Georgia ha ricevuto dagli Stati Uniti aiuti pari a 6 miliardi di dollari, di cui due miliardi erogati dalla stessa USAID. La cronologia  non è casuale: gli aiuti coincidono con il progressivo allargamento della NATO. Tenendo conto che il PNL del Paese ammonta a non più di 28 miliardi di dollari, appare ancora più evidente l’entità e peso di tali aiuti. Non meno significativa è la missione che l’USAID si attribuisce. Vale la pena di trascrivere alcune definizioni: “L’USAID collabora col governo e col popolo della Georgia  al fine di rafforzare la sicurezza del Paese, la sua sicurezza e le sue istituzioni democratiche…L’attività dell’USAID migliora la sicurezza nazionale americana e dimostra la generosità dell’America…”

       In altre parole, dietro il velo dell’indignazione e dell’ostilità delle varie istituzioni europee e delle proteste popolari locali agisce un consolidato meccanismo di striscianti ricatti e vassallaggi da una parte,  unito dall’altra al timore di dover rinunciare a certi vantaggi ormai acquisiti. La trama è in fondo banale. Il gioco del panem et circensens ha una lunga storia.

       I Georgiani corrono il rischio di cadere nella tragica trappola in cui sono caduti milioni di Ucraini a causa del dilettantismo di un ex-commediante e della caparbia stupidità della classe dirigente americana incapace di perseguire, come ha affermato di recente Jeffrey Sachs, “le vie della diplomazia”. I pericoli sono dunque reali. La visione di un Segretario di Stato americano che suona la chitarra elettronica a Kiev mentre sul fronte orientale dei giovani continuano ad essere mandati allo sbaraglio dovrebbe aprire gli occhi a tutti quei Georgiani a cui si cerca di far passare il messaggio che i Russi sono cattivi e che gli Europei e gli Stati Uniti sono buoni.

       Ma la trappola è ancora più beffarda: i Georgiani anelano ad essere accolti in un organismo (la UE) sempre più autoritario e dispotico, sganciato dalle realtà nazionali,  gestito da burocrati di basso livello e di fatto docili strumenti degli Stati Uniti. Gli aspiranti membri sono attirati con la promessa di piccole carote, e i grandi sono minacciati (vedi Ungheria) con lo spettro di privarli di carote più grandi. Nel caso dei dissidenti anche non membri (vedi Serbia), l’alter ego e braccio destro, la NATO, compie selvagge azioni punitive in nome della democrazia. E i Georgiani aspirano ad entrare anche nella NATO…

       Non hanno capito.

Antonello Catani, 18 maggio 2024

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Misteri della politica internazionale

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    Come noto, molte nazioni, fra cui gli USA, Gran Bretagna, etc., evidentemente con la giustificazione della guerra in Ucraina, non hanno inviato i loro rappresentanti alla cerimonia ufficiale per il giuramento di Vladimir Putin per il suo quinto mandato presidenziale. Alcuni giorni prima, il neo e poco convincente Ministro degli Esteri britannico, David Cameron, ripescato da Rishi Sunak come salvagente politico, si aggirava a Kiev accompagnato da Volodimir Zelenski nella sua ormai stabile maglietta verde scuro. Si suppone che ne abbia una buona scorta. Come il teatro di questo individuo non solo non cessi ma gli consenta ancora di farsi ricevere in giro per l’Europa e di ricevere miliardi di aiuti dalle destinazione peraltro opache rimarrà come uno degli enigmi  di questo periodo di follia collettiva.

      Il confronto fra la visita di David Cameron e le più dignitose immagini della cerimonia russa rende ancora più patetica la curiosa ostinazione britannica di supporto al regime ucraino, che tutti dimenticano aver messo al bando i partiti dell’opposizione e i social media indipendenti. Tale visita ricorda quella di Boris Johnson, prima della sua umiliante estromissione da Downing Street, quando egli si precipitò in Ucraina a dissuadere Kiev dall’arrivare ad un armistizio con la Russia. Fu una delle tante sue malefatte, che però avrebbero contribuito al perdurare dell’attuale disastro ucraino. Ovvero, la favola e la frode secondo cui i Russi sono cattivi e che con le armi dell’Occidente l’Ucraina vincerà la guerra. Raramente, falsità e stupidaggini simili sono state diffuse con analoga disinvoltura. Non è ben chiaro come facciano i sedicenti uomini politici di Bruxelles, incluso l’improbabile e fosco Jen Stoltenberg, Segretario della NATO, a reiterare queste falsità e a continuare a fomentare una guerra perduta e che non doveva mai nascere.

     Mentre quindi rimane la domanda cosa ci vadano a fare gli uomini politici britannici in Ucraina, visto che sono da tempo senza Impero e senza un’India da proteggere, il mistero si infittisce, se si pensa alla profonda crisi sociale e politica della Gran Bretagna, sotto gli occhi di tutti salvo che degli Inglesi. Ovviamente, la stessa domanda potrebbe essere fatta sul perché gli USA, con tutti i loro problemi interni (invasione di migranti, criminalità dilagante, inflazione infrastrutture decrepite, polarizzazione politica ai limiti dello scontro)  trovino il tempo per intromettersi nelle vicende politiche di Taiwan oltre che di quelle europee. L’importanza commerciale e strategica dei mari di Taiwan è infatti solo una risposta di comodo e l’atteggiamento americano attuale non si discosta molto da quello ormai dell’Ammiraglio Perry, che nel 1853 si presentò di fronte alla baia di Tokyo per minacciare il Giappone che non apriva le sue frontiere al commercio americano. Non risulta che l’ammiraglio sia crepato di faccia tosta.

     Visto che ben poco è cambiato nella narrativa e versione ufficiali che riguardano l’Ucraina, anche qui siamo di fronte al mistero di come la reale causa di tanta follia, e cioè, il demenziale e spudorato allargamento della NATO, rimanga sepolta in un oceano di ipocrisia. Per non parlare dell’esistenza stessa della NATO, un vero e proprio cancro  che ha finito per sovrapporsi all’Unione Europea. Una confusione senza precedenti.

     Pertanto, il come gli Stati Uniti giustifichino l’allargamento della loro Dottrina Monroe (guai a chi ficca il naso nell’America del sud”) rimane anch’esso un mistero…

    Alla lunga serie di misteri europei poco onorevoli si aggiungono inoltre quelli della disastrata regione chiamata Medio Oriente.

    Dubbi e poco trasparenti sceicchi, unicamente forti dei loro non sudati petrodollari, manovrano dal Golfo Persico, facendo perlomeno il doppio gioco o forse anche il terzo (vedi Katar). Ovviamente, folgorati dai grattacieli avveniristici, nessuno menziona il gregge umano schiavizzato, di provenienza asiatico-egiziana, grazie al quale funziona tutta la Penisola araba. Più a occidente, un supposto alleato NATO (vedi la Turchia) riceve con tutti gli onori esponenti di un gruppo terrorista (Hamas), i quali godono un dorato e miliardario esilio nel Golfo Persico. Sono costoro a fornire al mondo e a servizievoli mass media di parte (vedi la BBC) i dati sui civili palestinesi periti nella guerra. Solo recentemente, la BBC ha dovuto ammettere che in quei morti vi sono anche innumerevoli guerriglieri e uomini armati. Nel frattempo, tuttavia, quei numeri non depurati di Hamas hanno fatto il giro del mondo e sono uno dei fattori che hanno contribuito ai deliri studenteschi di persone che verosimilmente non hanno la più pallida idea della storia della regione. Singolare coincidenza, così come avviene per l’Ucraina e per l’oblio sul ruolo destabilizzante della NATO, anche le torme di dimostranti pare abbiano dimenticato del tutti gli ostaggi detenuti da Hamas e abbiano sposato l’obiettivo comune di molti estremisti arabi e anche dell’Iran: la dissoluzione dello Stato di Israele.

      Sotto certi aspetti, anche questi sono misteri e vi è da chiedersi se essi siano dovuti solo all’ignoranza oppure alla malafede o semplicemente alla stupidità.

     La recente risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU riguardante l’accoglimento dell’Autorità Palestinese come membro permanente dell’organizzazione è probabilmente un buon esempio della confusione e degli stravolgimenti che ormai sono diventanti la moda nelle relazioni internazionali.  Aggiungere alla moltitudine di pseudo Stati o Stati di comodo ma sostanzialmente pedine di pochi “Grandi” una nuova entità senza una specifica e documentabile storia e identità nazionale, senza definititi o definibili confini geografici e cresciuta attorno a un’ideologia di odio e risentimento verso Israele e per tutto ciò che non è Islamico non eliminerà certo il problema della regione.

     Non basterà la creazione di uno Stato palestinese, fra l’altro, con tutte le poco sottostimabili carenze e i vuoti sopra menzionati, a risolvere il problema di fondo, che è quello del riconoscimento e della pacifica accettazione dello Stato di Israele da parte di tutti gli Stati arabici e islamici della regione.

     Finco a che ciò non avverrà, quella dei due Stati è solo retorica e un esercizio da tavolino senza fondamento e senza successo. Anzi, rischia di aggravare il male.

Antonello Catani, 15 maggio 2024

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L'effetto domino

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     Il recente rapporto sui documenti ufficiali indebitamente conservati dal Presidente americano Biden anche nel garage della sua abitazione, che lo esonera da una condanna, ha suscitato un putiferio e costituisce un coltello a due tagli. Da una parte esonera il Presidente e, dall’altra, proprio definendolo “un simpatico vecchio con scarsa memoria”, evoca fatalmente la domanda del come allora egli possa ricoprire la sua carica.  

     Prima ancora che dal suddetto rapporto, la narrativa ufficiale di un Presidente capace di dirigere la nazione, strenuamente difesa dalla Casa Bianca e anche da social media allineati, quali CNN e MSNBC, è impietosamente contraddetta da una folla di comportamenti. I suoi frequenti e ripetuti vuoti di memoria, gli scatti spesso rabbiosi nei confronti dei giornalisti, il dettato spesso incerto e confuso da molti mesi a questa parte, i visibili bigliettini da lui usati nelle interviste e nei colloqui, incluso quello recente con Scholz, e infine le sue sempre più brevi e controllate apparizioni pubbliche sono eloquenti segnali di un progressivo declino fisico e mentale che solo gli struzzi possono ignorare. Rimane pertanto incomprensibile come Joe Biden pensi a un secondo mandato e inoltre che i suoi alleati democratici non abbiano ancora cercato un altro candidato. Paura di un eventuale subentro di Kamal Harris oppure del senatore democratico Bernie Sanders, anche lui ultra ottantenne? Oppure, semplicemente il Partito democratico non è in grado di trovare alternative più promettenti? Le voci (peraltro cervellotiche) che non escludono una possibile candidatura della stessa moglie di Barak Obama, confermano che il partito democratico non sembra avere dei candidati di riserva.

     Già questi elementi, a cui si possono aggiungere le incertezze riguardo all’atteso verdetto della Corte Suprema circa la legittimità di escludere Donald Trump dalla competizione elettorale, danno un’idea della confusione di fondo che regna sulla scena politica americana ma che oscura un altro problema assai più inquietante.

     Il declino mentale del Presidente, pateticamente negato dal Partito democratico e dai suoi sostenitori, legittima infatti un-ovvia domanda:  da “chi”è in realtà gestita la politica americana? E da quanto tempo, negli ultimi 3 anni? Di chi sono figli il mal congegnato ritiro dall’Afghanistan, la politica estera cocciutamente incentrata sul sostegno all’Ucraina, la spasmodica attenzione per Taiwan e il sostanziale disinteresse per il Medio Oriente?

     L’ipotesi  più realistica e banale è che le senili ostinazioni pro-Ucraina di Joe Biden siano state e vengano sfruttate o pilotate da una ristretta cerchia di Consiglieri e opachi Centri di potere, a cui la figura del Presidente offre uno schermo. Si tratta di uno scenario non insolito e del resto anticipato già molti anni or sono da vari studiosi americani (vedi, per esempio, The Invisible Government, di D. Wise e Thomas Ross, apparso nel 1964).

    Chiunque di fatto gestisca il potere, gli effetti pratici sono comunque fallimentari.  

    Per quanto guarda la politica estera, una buona parte dei disordini e dei conflitti che sconvolgono attualmente il Medio Oriente sono una conseguenza dell’ossessiva e unilaterale strategia americana anti-russa che ha fatto perdere di vista ciò che stava maturando in giro per il mondo, inclusi gli stessi confini sud degli Stati Uniti.

     In tutti questi anni, gli Stati Uniti, docilmente seguiti da Bruxelles, hanno speso tempo, denaro ed energie nel tentativo di indebolire il supposto nemico russo, ignorando altri e ben più pericolosi protagonisti e fenomeni, che ora stanno emergendo in maniera sempre più incontrollata.

     Fra di essi, si possono citare la sempre più imperterrita invasione migratoria; la strisciante ma progressiva islamizzazione dell’Europa; l’espansionismo regionale iraniano portato avanti tramite quinte colonne di integralisti islamici; la sotterranea costruzione di un gigantesco arsenale anti-Israele a Gaza e in Libano; i capricci di una Turchia, ironicamente membro della NATO ma anche in ambigue relazioni con Hamas e ora braccetto con l’Iran, per giunta sovrappopolata e sull’orlo della bancarotta ma con revanchismi imperiali.

      Questi fenomeni, ognuno dei quali con ulteriori destabilizzanti riverberi, non sono spuntati all’improvviso, maturavano da tempo. La distrazione, la miopia, e il dilettantismo  ne hanno accelerato l’esplosione. La guerra in Palestina fornisce solo un pretesto ai suddetti attori per scacciare gli USA dalla regione, eliminare Israele e instaurare regimi d’ispirazione integralista. Vale la pena di menzionare come   distrazioni e abbagli simili siano già accaduti in passato e sempre con risultati spiacevoli. Nel VII secolo, Bizantini e Persiani persero tempo ed energie a combattersi a vicenda, non accorgendosi dell’imminente eruzione dei beduini della Penisola Araba. I costi furono il crollo dei Persiani (i Sasanidi) e la progressiva islamizzazione del Medio Oriente.  Nel XVIII secolo i Francesi, distratti dalle loro beghe europee, persero i loro possedimenti coloniali in Canada e in India.  Anche qui, i costi della miopia furono altissimi.

      Insomma, molti elementi suggeriscono che Washington e Bruxelles siano vittime di distrazioni analoghe e che altri temi avrebbero dovuto assorbire tutta la loro attenzione.      

      Nulla di ciò è avvenuto. Attenzione e risorse sono state sperperate prima nei Balcani, agevolando l’infelice disintegrazione della ex-Jugoslavia, e adesso con l’Ucraina, per difendere un regime palesemente reazionario e corrotto, gestito da un ex-commediante. Energie analoghe sono spese in Asia orientale, con Taiwan e Filippine.

      Come se ciò non bastasse, Europa e Stati Uniti sono nel frattempo diventati un colabrodo migratorio e qualsiasi invito alle restrizioni viene tacciato di “estremismo di destra” e mancanza di solidarietà.

      I risultati sono noti. In Italia, per esempio, gli abitanti di Lampedusa sono diventati vittime esemplari di un incessante arrivo di barconi. In ciò non sono soli. Anche senza barconi, il Texas è diventato il bersaglio di inarrestabili moltitudini che si riversano a mo’ di Zombie verso i confini. I suoi abitanti, nella persona del governatore Abbott, stanno perlomeno provando a bloccare il flusso, contrastati tuttavia da un Presidente che invia la polizia federale a rimuovere il filo spinato collocato dalla guardia nazionale texana. Sembra assurdo, eppure è ciò che accade.

      Il surreale disegno di legge del senato, che prevedeva altri 60 miliardi (!) di aiuti all’Ucraina  e (solo) 14 a Israele, legittimando inoltre l’ingresso giornaliero di 5000 immigranti illegali, è stato respinto dalla Camera dei Rappresentanti. Mentre osservatori locali definiscono la situazione come “una traiettoria suicida”, la schizofrenia del suddetto fallito progetto di legge è evidente. Anziché occuparsi dei problemi domestici, dalla criminalità dilagante, dei milioni di poveri locali, del gigantesco debito pubblico da 33.000 miliardi, l’Amministrazione di Washington ha facilitato l’ingresso in soli 3 anni di oltre 9 milioni di non meglio identificati immigranti illegali. A costoro si pensa di dare un permesso immediato di lavoro, carte di credito, vitto e alloggio. Un insulto per i ca. 37 milioni di Americani poveri registrati dall’Ufficio Censimenti Americano nel 2022. 

      Le accuse secondo cui questa deliberata politica dei confini aperti corrisponde a un ineffabile disegno dei Democratici di fabbricare un futuro serbatoio di voti sono l’unica ragionevole spiegazione dell’attuale politica dei confini aperti.

     Se ritorniamo ora alla politica estera, gli attuali spostamenti di equilibri ed alleanze e la tumultuosa serie di tensioni e conflitti militari appaiono come l’inevitabile nemesi della suddetta monocentrica strategia americana. Quelli che seguono sono alcuni degli effetti in proposito.

     I massicci e continui aiuti militari all’Ucraina e le sanzioni hanno avuto como risultato il rafforzamento dei rapporti della Russia con la Cina, per non menzionare la costituzione del BRIC. La concentrazione delle attenzioni nei riguardi dell’Ucraina ha pertanto incoraggiato una serie di colpi di mano che attendevano solo l’occasione favorevole. Forte delle distrazioni euro-americane, Hamas ha così lanciato il suo attacco in Israele. Il riavvicinamento Israele-Arabia Saudita è fallito, almeno per il momento. La Cina si è inserita come paciere e intermediaria di alleanze in Medio Oriente, riavvicinando Iran e Araba Saudita.  Finanziati dall’Iran, gli Houthis  intervengono poi nella scena e con la scusa della Palestina mettono in crisi il traffico nel Mar Rosso. Si intensificano inoltre le disinvolte ma poco felici lune di miele, probabilmente non durature, di una Russia ortodossa con un Iran teocratico e sciita, ma anche con la Turchia e col regime di Pyongyang.

      In altre parole, i summenzionati eventi, così articolati e incrociati fra loro, non sono altro che un esteso “Effetto Domino”, evidentemente non previsto dall’Amministrazione di Washington.

     Il pasticcio, se si può utilizzare tale eufemismo, è notevole. Le invocazioni alla pace e simili esercizi verbali lasciano evidentemente il tempo che trovano. Solo un radicale mutamento della situazione può frenare e arrestare l’anarchia in corso.

     Per quanto l’ipotesi in questione possa apparire ai più una fantasia e magari anche un’aberrazione, una soluzione sarebbe che Washington e Mosca diventassero “alleati”. Proprio così! Una simile alleanza estinguerebbe una buona parte del caos e dell’anarchia attualmente vigenti in Medio Oriente, Turchia, Iran e Pakistan, con un gran profitto per la sicurezza mondiale. In più, ciò costituirebbe un argine alle non dissimulate ambizioni di invasione commerciale della Cina e alle paranoie della Corea del nord. I vantaggi sarebbero molteplici e ben più realistici delle velleitarie dichiarazioni e piroette dei vari summit indetti allo scopo.

      Il problema è che la soluzione sopra menzionata presuppone almeno 2 protagonisti, entrambi armati di visione e liberi da rovinose ideologie. Purtroppo, uno di costoro è in luna di miele con Cina e Iran, e l’altro non si sa esattamente che volto abbia, avvolto com’è in uno scenario confuso e opaco.

     Occorrerebbe un miracolo…

Antonello Catani, 14 febbraio 2024

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