Gabriele Segre ha pubblicato un editoriale su La Stampa in cui sostiene che l’intelligenza artificiale rischia di sterminarci. Anzi no, di salvarci. Il dibattito, per ora, resta aperto. Nel dubbio, le abbiamo intanto affidato un mandato piuttosto ampio: deve trovare la cura contro il cancro, fermare il cambiamento climatico, educare i bambini, sconfiggere la fame nel mondo e possibilmente restituirci un pianeta migliore di quello che le abbiamo consegnato. A patto, naturalmente, di non sbagliare il prompt e indurla a farci fuori tutti.
Scrive Segre: ”La prima, apocalittica, immagina l’Ai abbastanza potente da sfuggirci di mano. La seconda, messianica, vorrebbe delegarle tutti i problemi che noi non siamo riusciti a risolvere. Visioni opposte, ma non equivalenti. Se sulla possibilità che l’intelligenza artificiale distrugga l’umanità possiamo per ora soltanto speculare, sappiamo già che non sarà la soluzione a tutti i mali del mondo. Per una ragione piuttosto semplice: molti dei nostri problemi dipendono solo da noi”.
E prosegue: ”Un algoritmo è già in grado di individuare un tumore quando nessun occhio umano è capace di vederlo e di accorciare di anni i tempi necessari a sviluppare un farmaco. Resta però il non trascurabile dettaglio che permettere al malato di curarsi resta una decisione umana. Lo stesso vale per il clima. La tecnologia può aiutarci a consumare meno energia, organizzare meglio trasporti e approvvigionamenti, progettare materiali più efficienti. Non può convincerci a usarli. Non voterà una carbon tax né persuaderà un elettore a pagare di più oggi per evitare un disastro domani. Allo stesso modo può aiutare un insegnante a fare meglio il suo mestiere, ma non convincere un governo a dargli un’aula migliore. Può produrre carne senza uccidere una mucca, ma non per questo spostare un grammo di cibo verso chi ha fame. Può, insomma, moltiplicare l’intelligenza disponibile, ma non la saggezza con cui decidiamo di utilizzarla”.
Pwr concludere: ”La domanda più urgente è necessariamente come mantenerla sotto controllo: che cosa impedirle di fare, quali rischi contenere, quali limiti imporre. Ma quella immediatamente successiva è altrettanto politica: come dobbiamo cambiare noi in modo che ciò che la macchina sa fare diventi una risorsa reale per tutti, anziché un privilegio per pochi e un simpatico gadget per gli altri.Significa riformare la scuola mentre i mestieri si trasformano, non quando avremo finito di contarne le vittime; costruire sistemi sanitari capaci di distribuire le cure che la tecnologia inventerà; adattare lavoro, competenze e redistribuzione mentre l’AI cambia la produttività”.
La tesi centrale
L’intelligenza artificiale può aiutarci a risolvere molti problemi, ma non può sostituirsi alla responsabilità degli esseri umani nel decidere come affrontarli. È questo il messaggio fondamentale di Gabriele Segre, che critica due visioni opposte e ugualmente illusorie dell’AI: quella apocalittica, che la considera una minaccia capace di distruggere l’umanità, e quella messianica, che le attribuisce il potere di risolvere tutti i mali del mondo.
La tecnologia può accrescere enormemente le nostre capacità, ma non garantisce che le useremo per il bene comune.
I punti fondamentali
1. La tecnologia offre soluzioni, ma non decide chi ne beneficerà.
L’AI può individuare tumori, accelerare la scoperta di farmaci, migliorare l’efficienza energetica e rendere più efficace l’insegnamento. Ma non può decidere di rendere accessibili le cure a chi non può permettersele, convincere i cittadini ad accettare sacrifici per contrastare il cambiamento climatico o imporre ai governi di investire in scuole migliori.
2. Molti problemi non dipendono dalla mancanza di conoscenze, ma dalla mancanza di volontà politica.
Spesso sappiamo già che cosa bisognerebbe fare, ma non riusciamo a farlo perché entrano in gioco interessi economici, abitudini consolidate, conflitti sociali e convenienze elettorali. Un algoritmo può indicare una soluzione efficiente, ma non può creare da solo il consenso necessario per realizzarla.
3. La politica resta indispensabile.
Per Segre, l’Ai non rende superflua la politica: al contrario, ne conferma la necessità. Servono istituzioni capaci di decidere, governare gli interessi contrapposti e distribuire equamente i benefici del progresso tecnologico. La macchina può suggerire che cosa sia possibile fare; spetta agli esseri umani stabilire che cosa sia giusto fare.
4. Bisogna preparare la società, non soltanto controllare la macchina.
Governare l’intelligenza artificiale significa certamente imporre regole e prevenire i rischi. Ma significa anche:
- riformare la scuola per preparare le nuove generazioni ai cambiamenti del lavoro;
- garantire che le innovazioni mediche siano accessibili a tutti;
- aggiornare le competenze professionali e proteggere chi rischia di perdere il lavoro;
- distribuire più equamente i benefici della maggiore produttività.
Il problema, quindi, non è soltanto che cosa l’Ai sarà capace di fare, ma come la società sceglierà di utilizzarla.
5. Delegare tutto alla tecnologia è un modo per evitare di cambiare noi stessi.
L’idea di una macchina capace di risolvere ogni problema è seducente perché ci risparmierebbe la fatica di modificare comportamenti, priorità e istituzioni. Ma nessuna innovazione può sostituire il lavoro collettivo necessario per costruire una società più giusta.
La conclusione dell’autore
Il rischio più grande potrebbe non essere che l’intelligenza artificiale distrugga il mondo, ma che gli esseri umani si illudano di aver risolto i propri problemi semplicemente perché dispongono di strumenti più potenti.
Potremmo riuscire a controllare ogni pericolo tecnologico e continuare, nello stesso tempo, a convivere con guerre, disuguaglianze, malattie curabili senza cure accessibili, scuole inadeguate e degrado ambientale.
In questo caso, non sarebbe la tecnologia ad aver fallito: sarebbe fallita la nostra capacità di governarla e di governare noi stessi.
Il significato politico dell’articolo
Il ragionamento di Segre contiene un messaggio che va oltre l’intelligenza artificiale: il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso civile e democratico.
Una società può disporre di conoscenze scientifiche straordinarie e continuare a produrre ingiustizie, perché le soluzioni tecniche non eliminano i conflitti sugli interessi, sulle risorse e sulla distribuzione della ricchezza.
È un punto particolarmente importante per tre ragioni:
- La responsabilità dei governi: non basta celebrare l’innovazione; bisogna decidere come trasformarla in servizi pubblici migliori, opportunità di lavoro e benefici concreti per i cittadini.
- La disuguaglianza: se le nuove tecnologie sono accessibili soltanto a chi possiede denaro, competenze e potere, possono ampliare le distanze sociali anziché ridurle.
- La democrazia: le scelte su sanità, istruzione, lavoro e ambiente non possono essere affidate esclusivamente agli algoritmi. Richiedono confronto pubblico, responsabilità politica e decisioni sottoposte al controllo dei cittadini.
In una frase: Segre ci invita a non confondere ciò che l’intelligenza artificiale ci permette di fare con ciò che, come società, siamo disposti a fare. La tecnologia può moltiplicare le nostre possibilità; la responsabilità di scegliere il futuro resta nostra.
20 ottobre 2026





