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Esteri

Warsh aumenta i tassi e Trump non gradisce

Ecco Kevin Warsh, prescelto da Donald Trump per la guida della Federal Reserve dopo il regno di Jerome Powell, contrastato dal tycoon, anche con l’apertura di un inchiesta su di lui e che si è tradotto in uno scontro senza precedenti tra Casa Bianca e Federal Reserve, rilanciando i timori sull’autonomia dell’istituzione finanziaria e sul futuro della democrazia americana. Uno smacco per il presidente americano la decisione di Warsh di questo aumento del costo del denaro avversato da Trump da parte di una persona scelta da lui?

Sì, questo è vero ma con una precisazione importante: definirlo un «nemico di Trump» è probabilmente troppo forte. I fatti recenti mostrano piuttosto un caso interessante di presidente che sceglie un candidato e poi si trova a dissentire da lui sulla politica monetaria.

Kevin Warsh è stato effettivamente scelto da Donald Trump per succedere a Jerome Powell: Trump lo ha nominato e il Senato lo ha confermato; Warsh è entrato in carica il 22 maggio 2026 con un mandato da presidente fino al maggio 2030.   Il punto di svolta è arrivato il 16 settembre 2026. La Fed guidata da Warsh ha alzato i tassi di 25 punti base, portandoli al 3,75%-4%, mentre Trump continua a chiedere tassi molto più bassi, arrivando a sostenere pubblicamente che dovrebbero essere all’1% o meno. La decisione della Fed è stata unanime.   Quindi è uno smacco per Trump? Politicamente, si può leggere come un rovescio rispetto alle aspettative che accompagnarono la nomina. Trump aveva scelto Warsh dopo aver criticato ripetutamente Powell per la sua politica dei tassi e per la sua presunta lentezza nel tagliarli. Warsh, però, ha mostrato di non intendere la nomina come un mandato politico per abbassare i tassi. Anzi, Warsh ha ribadito l’indipendenza della Fed e ha giustificato l’aumento con l’inflazione ancora troppo elevata.

C’è però un elemento che rende la vicenda ancora più interessante: Warsh non è semplicemente un “Powell 2.0”. È un ex governatore della Fed, con idee critiche verso alcune scelte dell’istituzione e una visione favorevole a significative riforme della banca centrale. La sua storia intellettuale e le sue posizioni non coincidono con quelle di Powell.

Perciò la situazione può essere riassunta così:

  • Trump ha ottenuto la sostituzione di Powell con una persona da lui scelta.
  • Non ha ottenuto, almeno finora, una Fed che segue automaticamente la sua preferenza per tassi molto più bassi.
  • Warsh sta esercitando l’autonomia che formalmente appartiene al presidente della Fed.
  • Il contrasto è quindi reale, ma chiamare Warsh «nemico di Trump» va oltre ciò che i fatti dimostrano: è più corretto parlare di un nominato da Trump che, una volta insediato, sta prendendo decisioni di politica monetaria non gradite al presidente.

E c’è una sottigliezza politica non da poco: Trump può nominare il presidente della Fed, ma non può ordinargli quale tasso fissare. È precisamente questa separazione tra nomina politica e autonomia monetaria che la vicenda Warsh sta mettendo alla prova.

17 settembre 2026