Il Corriere Blog

Quotidiano online

Sostieni il Corriere Blog



Editoriali

Certezze e incertezze del voto americano

Il prof. Sergio Fabbrini ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un editoriale nel quale sostiene che la democrazia nel mondo ha sì regole certe ma anche può portare ai cittadini risultati incerti. E oggi sembra che abbiano successo gli autoritarismi alla Putin, alla Erdogan, alla Trump, alla Xi Jinping.

Scrive: “L’opposto è l’autoritarismo, un regime politico dove le regole sono incerte e l’esito è sempre certo. Questa è la radicale differenza tra le elezioni della Duma russa dello scorso 18-20 settembre e l’elezione del Congresso americano di martedì prossimo. Nel settembre scorso, il partito di Putin, Russia Unita, conquistò 349 seggi su 450, come previsto. Nulla di simile avverrà dopodomani in America. Qui, anzi, l’incertezza sull’esito è più che mai evidente. Comincio dalle regole certe delle elezioni americane. I 435 rappresentanti della camera e i 35 senatori verranno eletti attraverso un sistema elettorale uninominale, in distretti interni agli stati (i primi) e in collegi statali (i secondi). Chi prende più voti vince”.

E continua: “. Per il seggio senatoriale del Michigan, uno stato con una forte presenza di arabi, il candidato è Abdul El-Sayed, di origini egiziane, su posizioni radicali. In Texas, uno stato con una forte presenza di comunità religiose, il candidato è invece James Talarico, un cristiano moderato che vuole diventare pastore. Dalla sconfitta del 2024, i democratici continuano ad essere sotto shock, uniti dall’avversione a Trump piuttosto che dalla condivisione di un programma”.

Per concludere: “Insomma, la democrazia americana continua ad essere caratterizzata da regole certe ed esito incerto. Trump è impopolare, ma lo è anche il Partito democratico, accusato di essere troppo diviso al proprio interno. Certamente, l’identità politica del partito verrà stabilita dal candidato che vincerà le primarie presidenziali del 2028, non già dall’uno o dall’altro candidato che si affermerà il prossimo mid-term. Tuttavia, molto può essere fatto, nei prossimi due anni, per rallentare la degenerazione autocratica di Trump, ristabilendo i checks and balances assegnati al Congresso. Una degenerazione che prelude ad una guerra civile, per il giornalista politico Stephen Marche. È interesse di tutti, e in particolare degli europei, che l’America ritrovi presto il suo equilibrio costituzionale”.

Fabbrini apre l’articolo richiamando il politologo Adam Przeworski, secondo cui la democrazia si distingue dall’autoritarismo perché garantisce regole certe, ma risultati elettorali imprevedibili.

L’esempio contrapposto è quello della Russia di Putin, dove la vittoria del partito al potere era sostanzialmente scontata, e degli Stati Uniti, dove le elezioni di metà mandato rappresentano una vera competizione politica.

2. Le regole elettorali americane sono certe, ma complesse

Le elezioni riguardano tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato.

Il sistema elettorale è maggioritario uninominale: vince il candidato che ottiene più voti nel proprio collegio.

La complessità deriva soprattutto dal federalismo americano:

  • Ogni Stato stabilisce proprie regole per la registrazione degli elettori.
  • I documenti richiesti e le scadenze variano da Stato a Stato.
  • Le modalità di identificazione e di voto postale sono differenti.

Fabbrini sottolinea che il tentativo di Trump di uniformare a livello nazionale le procedure elettorali ha incontrato ostacoli giudiziari e politici.

Nonostante questa complessità, le regole rimangono definite. Le accuse preventive di brogli lanciate da Trump non trovano quindi giustificazione nella presunta assenza di regole elettorali.

3. L’incertezza politica: Trump è impopolare, ma i democratici sono divisi

Il punto centrale dell’articolo riguarda l’incertezza del risultato elettorale.

Trump registra un livello di consenso molto basso: secondo il sondaggio Times/Siena citato da Fabbrini, il 36% di approvazione contro il 59% di disapprovazione.

Tuttavia, questa impopolarità non si traduce automaticamente in un vantaggio democratico.

Il Partito democratico, infatti, attraversa una crisi di identità successiva alla sconfitta del 2024. È unito soprattutto dall’opposizione a Trump, ma non da una visione politica condivisa.

Le differenze emergono anche nella scelta dei candidati: Fabbrini cita, ad esempio, il progressista Abdul El-Sayed in Michigan e il moderato cristiano James Talarico in Texas.

4. Le divisioni democratiche sui programmi

Anche nell’eventualità di una vittoria elettorale, i democratici dovrebbero affrontare profonde divergenze.

Politica interna

Esistono alcuni punti di convergenza:

  • Contrastare la corruzione dell’amministrazione Trump.
  • Ripristinare i sussidi per le assicurazioni sanitarie legate all’Obamacare.
  • Ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.

Ma emergono contrasti sulle priorità: alcuni vogliono ampliare la protezione sanitaria gratuita, altri preferiscono investire nella crescita industriale e regolamentare le grandi aziende tecnologiche.

Politica estera

Anche qui manca una posizione comune:

  • Differenti orientamenti sul rapporto con Israele.
  • Divergenze nei confronti della Russia.
  • Visioni diverse del rapporto con l’Unione Europea.
  • Minore condivisione dell’internazionalismo liberale e del libero mercato.

In sostanza, il Partito democratico non ha ancora elaborato una piattaforma politica sufficientemente coerente.

5. La posta in gioco: salvaguardare gli equilibri costituzionali

La conclusione di Fabbrini va oltre il risultato delle elezioni di metà mandato.

La vera questione è la tenuta della democrazia americana di fronte alle tendenze autocratiche di Trump.

Una maggioranza democratica al Congresso potrebbe contribuire a ristabilire i checks and balances, cioè i contrappesi istituzionali che limitano il potere presidenziale.

L’identità futura del Partito democratico, invece, si definirà soprattutto attraverso le primarie per le presidenziali del 2028.

Fabbrini richiama anche l’allarme del giornalista Stephen Marche, secondo cui la degenerazione autocratica americana potrebbe preludere a una guerra civile.

Il messaggio centrale dell’articolo

La tesi di Fabbrini è che la democrazia americana conserva le proprie regole istituzionali, ma attraversa una profonda crisi politica e identitaria.

Trump è impopolare, ma i democratici non riescono ancora a trasformare il dissenso nei suoi confronti in un progetto politico alternativo credibile e condiviso.

La questione, dunque, non è soltanto chi vincerà le elezioni, ma se il sistema politico americano riuscirà a ritrovare un equilibrio istituzionale.

La riflessione conclusiva riguarda anche l’Europa: la stabilità democratica degli Stati Uniti è un interesse fondamentale per gli europei, perché un’America politicamente e costituzionalmente instabile avrebbe conseguenze rilevanti per l’intero ordine internazionale.

Una chiave di lettura critica

A mio avviso, il passaggio più significativo dell’articolo è la distinzione tra opposizione e alternativa politica.

Fabbrini individua un problema che riguarda molte democrazie contemporanee: non basta costruire un consenso contro un leader o un movimento politico. Per governare occorre un’identità positiva, un programma riconoscibile e una visione condivisa del futuro.

Il rischio per i democratici americani è quindi duplice: perdere le elezioni nonostante l’impopolarità di Trump oppure vincerle senza avere una strategia comune per governare.

In una frase: la democrazia americana non è ancora priva delle sue regole, ma è in difficoltà nella capacità dei suoi attori politici di dare a quelle regole un progetto condiviso di governo.