di Antonello Catani
Ancora una volta, la faccendiera Presidente della Commissione Europea, alias Ursula von Der Leyen, non si è smentita.
Dopo le ossessive e incessanti sanzioni alla Russia, dopo il mare di miliardi elargito al regime corrotto del piccolo ma sinistro bullo di Kiev (alias Volodymir Zelensky), dopo il disinvolto maneggio di contratti miliardari per l’acquisto di vaccini eseguito su “whatsapp” ma senza alcuna traccia, dopo le ostinate e suicide politiche immigratorie (derive di quelle di Angela Merkel), dopo la complicità anti-russa col patetico “Trio della guerra” anglo-franco-tedesco, dopo l’impudente invito alla Cina a non acquistare gas e petrolio dai cattivi Russi, l’incomparabile signora si è precipitata in Scozia per firmare non un accordo ma in realtà una “Capitolazione” politico-diplomatica prima ancora che commerciale. La definizione di “faccendiera” è insomma un eufemismo.
Trepidanti e affannati di fronte allo spettro di tariffe punitive e di ritiro dalla NATO, Ursula von Der Leyen e i suoi accoliti hanno stabilito che era profittevole accettare a qualsiasi costo delle tariffe del 15% per l’esportazione di prodotti europei. Come noto, il costo in questione è rappresentato dall’impegno ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia nei prossimi tre anni, ad investire negli USA 600 miliardi di dollari e ad acquistare significative quantità di armamenti americani. L’unica contropartita a tali prodigali impegni è stata un’imposizione doganale del 15% sulle esportazioni europee negli USA. Anche degli analfabeti e il più rozzo abitante della giungla avrebbero declinato un accordo da strozzini.
Nonostante il clamore e la palese soddisfazione del sempre più narcisista e gradasso Presidente statunitense, vale comunque la pena di notare come il suddetto accordo, dato ormai per scontato, non ha in realtà nessun valore esecutivo senza la ratifica del Parlamento europeo. Inoltre, anche se i fatti hanno mostrato che ormai il Parlamento europeo sembra mancare di reali indipendenze decisionali e semplicemente segue la pressione dei “Grandi” e la logica delle manovre di corridoio – la rielezione di Ursula von Der Leyen ne è un indisputabile prova – non è certo che in questo caso il surreale accordo sopra menzionato riesca a guadagnare il consenso necessario.
Al di là di questo lato formale, l’accordo tradisce inoltre ambiguità, incertezze o comunque scarso realismo. Innanzi tutto, non è chiaro quale sarebbe in generale la sua durata, mentre invece questa è uno degli elementi essenziali di qualsiasi patto, commerciale o politico che sia.
Il fatto surreale è che non risulta che l’apparato produttivo americano sia in grado di fornire all’Europa 250 miliardi di energia all’anno. Probabilmente, il numero in questione è stato partorito dall’infaticabile tendenza di Donald Trump alle iperboli. Inoltre, poiché gli acquirenti non sarebbero gli Stati ma le varie imprese europee, rimane incerto se e fino a che punto queste ultime saranno disponibili ad accettare senza fiatare gli alti prezzi americani, superiori, come noto, a quelli delle fonti di energia russe. Il fatto che adesso l’Europa abbia finito per accettare una dipendenza energetica dagli Stati Unit, più cara di quella russa, tanto avversata dalle Amministrazioni americane, la dice lunga sull’intelligenza asinina dei pseudo leader politici della UE.
In quanto agli investimenti, la situazione non cambia. Essi sono fatti da imprese, e non dagli Stati. Non si vede quindi come questi ultimi potranno costringere le imprese europee nel senso menzionato dall’accordo. Ma al di là del potere di iniziativa e delle scelte produttivo-geografiche, l’impegno in massicci investimenti negli Stati Uniti mentre uno dei problemi fondamentali dell’Europa è proprio la scarsità di investimenti produttivi e tecnologici, tradisce nuovamente una sconcertante irresponsabilità.
Rimangono infine i congrui acquisti di armi americane. Che questi già avvengano non è un segreto. Che però l’aumento degli acquisti in questione costituisca una condizione per eliminare eventuali aumenti tariffari punitivi, incongrui e solo imposti da un Presidente senza auto-controllo e ormai prigioniero di un ego sempre più sfrenato e tracotante, conferma la nozione che l’accordo in questione è basato sulla dabbenaggine dell’esimia Presidente e su un esplicito ricatto.
Mentre ciò non diminuisce l’assurdità di un accordo così palesemente sfavorevole e ricattatorio, bisogna anche dire che l’iniziativa è stata favorita o comunque resa praticamente e formalmente possibile dallo stesso quadro normativo della UE e dal sempre meno larvato vassallaggio nei confronti di Washington. La composizione cervellotica e sbilanciata della UE, dove per esempio un solo Stato (vedi la Germania) ha più popolazione e quindi più rappresentanti di altri 15 Stati messi assieme rende a priori discutibile la figura di un Presidente della Commissione non eletto a suffragio popolare ma cooptato all’interno. Il fatto che costui abbia poteri ampli e in teoria sottoposti all’approvazione di un Parlamento con tali caratteristiche fa sì che non solo egli possa oltrepassare i limiti connessi a tali poteri ma anche utilizzarli in modo improprio, come per esempio aveva già fatto Ursula von Der Leyen a proposito dell’acquisto dei vaccini Pfizer.
In altre parole, iniziative catastrofiche come quella un questione tendono ad essere un fatto quasi inevitabile. La politica comunitaria soprattutto dopo il Patto di Lisbona, è infatti intessuta di erratici e rovinosi regolamenti, uno più catastrofico e confuso dell’altro. A parte le demenziali e fatali prospettive di accesso dell’Ucraina alla UE e alla NATO, già la sola politica comunitaria in tema di energia ha scatenato una crisi senza precedenti anche in quella che un tempo era l’economia più solida in Europa, e cioè, quella tedesca. Il forsennato e suicida abbandono del gas russo – altro ricatto americano – ha fatto dei tempi d’oro dell’economia tedesca solo un malinconico ricordo.
Come dire che il problema di fondo non è di tipo individuale ma sistemico. Personaggi come Ursula von Der Leyen sono solo la punta dell’iceberg. Come si dice, il pesce puzza dalla testa, e la testa sono il presente modello normativo e operativo della UE, le sue ideologie stravolte e la confusione fra ciò che è unione doganale e quel gradino immensamente superiore e più complesso che è gestione politica. I fatti mostrano come la UE è totalmente inadeguata e impreparata a quest’ultimo gradino e farraginosa anche nei fatti di pura e semplice amministrazione.
4 agosto 2025





