Francesca Mannocchi ha pubblicato un articolo su La Stampa in cui riferisce della città di Bnei Brak, roccaforte ultraortodossa alla vigilia del voto: “Meglio il carcere che arruolarci nell’esercito”.
La Mannocchi analizza le tensioni sociali e politiche a Bnei Brak, roccaforte ultraortodossa (haredim) a pochi chilometri da Tel Aviv, alla vigilia delle elezioni israeliane del 27 ottobre.
Scrive Mannocchi: ”Bnei Brak è uno dei centri del potere religioso ultraortodosso, dove le indicazioni dei grandi rabbini possono orientare il voto di decine di migliaia di persone. È a pochi chilometri da Tel Aviv, abbastanza vicina da appartenere alla stessa area metropolitana e sufficientemente lontana da sembrare un altro Paese. È una delle città più densamente popolate d’Israele, cresciuta intorno alle scuole religiose e a un sistema di autorità che continua a riconoscere nei rabbini il riferimento fondamentale della vita collettiva. È una delle città più densamente popolate di Israele, fondata cento anni fa da ebrei religiosi arrivati dalla Polonia, con famiglie numerose, strade affollate e una popolazione in continua crescita. A Bnei Brak il rapporto con lo Stato di Israele divide da sempre le comunità ultraortodosse. Alcune ne riconoscono le istituzioni, altre contestano il sionismo perché ritengono che uno Stato ebraico debba fondarsi sulla legge religiosa e non su un progetto politico laico. Tutte rivendicano il diritto di conservare il proprio modo di vivere. È su questo equilibrio che si è aperto lo scontro sulla leva militare”.
Prosegue: ”Per decenni Israele ha esentato dal servizio militare gli studenti delle scuole religiose, garantendo agli ultraortodossi la possibilità di dedicarsi allo studio della Torah. Era un compromesso politico che la guerra seguita al 7 ottobre 2023 ha reso sempre più difficile da sostenere. Dopo anni di combattimenti, con centinaia di migliaia di riservisti richiamati alle armi e un esercito che ha bisogno di nuovi soldati, una parte crescente della società israeliana chiede che anche gli haredim facciano la loro parte. Nel giugno 2024 la Corte Suprema ha stabilito che, senza una legge che preveda le esenzioni, anche gli studenti delle yeshivot devono essere arruolati. Da allora la questione ha provocato crisi di governo ed è diventata uno dei temi centrali delle elezioni del 27 ottobre. I partiti ultraortodossi chiedono una nuova legge che protegga gli studenti religiosi e ne fanno una condizione per sostenere il prossimo esecutivo. Per chi presta servizio, la disputa riguarda il principio che tutti i cittadini debbano contribuire alla difesa del Paese. Per gli haredim, la possibilità di continuare a studiare la Torah senza essere chiamati alle armi”.
1. La supremazia dell’autorità religiosa sullo Stato
Attraverso la storia del ventenne Moshe, emerge la visione del mondo della comunità haredim:
- Priorità morale e politica: l’autorità spirituale dei rabbini e la legge della Torah vengono prima delle leggi dello Stato e delle sue istituzioni laiche.
- Opposizione al sionismo politico: per i membri più radicali, il diritto di vivere in quella terra è di origine divina, mentre lo Stato moderno di Israele (fondato nel 1948) è considerato un progetto politico laico estraneo e potenzialmente ostile alla religione.
2. Lo scontro sulla leva militare (Draft Issue)
La storica esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose (yeshivot) è diventata il punto di rottura principale nella società israeliana:
- Il contesto post 7 ottobre: dopo anni di guerra e il costante richiamo dei riservisti, la maggioranza laica e non-ultraortodossa chiede che anche gli haredim contribuiscano alla difesa del Paese.
- La sentenza della Corte Suprema (Giugno 2024): ha stabilito l’obbligo di arruolamento per gli studenti delle yeshivot in assenza di una legge d’esenzione specifica.
- Il rifiuto ultraortodosso: gli haredim rifiutano l’esercito sia per motivi d’identità sia per ragioni pratiche (presenza di donne, ambienti laici e rischio di secolarizzazione dei giovani). Molti dichiarano di essere disposti ad andare in prigione pur di non arruolarsi, scendendo in piazza con proteste e blocchi stradali.
3. La centralità politica nelle elezioni del 27 ottobre
La questione della leva è divenuta il perno attorno a cui ruota la formazione del futuro governo:
- Benjamin Netanyahu: cerca di ricucire l’alleanza con i partiti ultraortodossi (Ebraismo della Torah Unito e Shas) promettendo tutele per gli studenti della Torah, arruolamenti non coercitivi e criticando gli arresti dei giovani che rifiutano la leva.
- L’opposizione: fazioni guidate da figure come Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Yair Lapid chiedono la fine delle esenzioni generalizzate, proponendo l’obbligo di servizio (militare o civile) per tutti o il taglio dei fondi pubblici a chi si sottrae alla leva.
In sintesi: l’articolo evidenzia una frattura profonda e storica d’Israele, esacerbata dagli anni di guerra: il conflitto tra due diverse idee di responsabilità collettiva — da un lato la difesa militare e civile dello Stato laico, dall’altro la difesa spirituale della comunità attraverso lo studio della Torah.
23 ottobre 2026





