Ettore Sequi ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui scrive che Putin non vuole davvero la pace e cerca di ottenere al tavolo ciò che non è riuscito a conquistare sul campo. Mosca pretende l’intero Donetsk, comprese le zone che non controlla, e l’esclusione dell’Ucraina dalla Nato. Putin vuole negoziare senza rinunciare alla guerra e accetta di discutere la pace, non ancora di modificarne le condizioni.
Scrive Sequi che la posta in gioco va dunque oltre i confini. Putin vuole condizionare la sicurezza futura dell’Ucraina, escluderla dalla Nato e limitarne le capacità difensive. Zelensky propone invece di congelare il fronte, senza riconoscere le annessioni, e di ottenere garanzie contro nuove aggressioni. Territorio e sicurezza sono inseparabili: per Kiev cedere tutto il Donetsk significherebbe perdere anche la cintura fortificata di Sloviansk-Kramatorsk, fondamentale per la difesa dell’Ucraina orientale. Più Kiev dovesse arretrare.
L’editoriale di Ettore Sequi, pubblicato su La Stampa, mette in evidenza una contraddizione fondamentale: Putin accetta di negoziare mentre continua a bombardare l’Ucraina, perché potrebbe considerare il negoziato uno strumento per ottenere concessioni, anziché un percorso verso una pace autentica.
I punti principali
1. Putin tratta, ma non rinuncia alla guerra. L’incontro con l’inviato americano Witkoff a San Pietroburgo e la disponibilità a riprendere i colloqui non dimostrano che Mosca voglia davvero fermare il conflitto. Putin continua a pretendere l’intero Donetsk, comprese le aree non conquistate, e l’esclusione dell’Ucraina dalla NATO. L’obiettivo sembra essere ottenere al tavolo ciò che non è riuscito a conquistare militarmente.
2. La fretta americana rischia di favorire Mosca. Un accordo consentirebbe alla Russia di consolidare i territori occupati, ridurre i costi della guerra e ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Ma, se Putin ritiene di poter migliorare la propria posizione continuando a combattere, non ha necessariamente interesse a concludere rapidamente. Nel frattempo, può sfruttare i negoziati per guadagnare legittimità politica e dividere gli avversari occidentali.
3. L’inverno sarà una prova decisiva. Mosca potrebbe intensificare gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine e tentare nuove avanzate, puntando a indebolire Kiev in vista della primavera. L’Ucraina cercherà invece di proteggere le città e mantenere le posizioni militari. Parallelamente, sabotaggi, attacchi informatici e campagne di disinformazione mirano a indebolire la solidarietà europea e il sostegno occidentale.
4. Il problema non è soltanto territoriale, ma riguarda la sicurezza futura dell’Ucraina. Zelensky propone di congelare il fronte senza riconoscere formalmente le annessioni russe e chiede garanzie contro nuove aggressioni. Per Kiev, cedere tutto il Donetsk significherebbe anche perdere la cintura fortificata di Sloviansk-Kramatorsk, essenziale per difendere l’Ucraina orientale. Una ritirata territoriale potrebbe quindi compromettere ulteriormente la capacità di resistere a un futuro attacco.
Il significato politico dell’editoriale
Il ragionamento di Sequi ruota attorno a un rischio preciso: una pace negoziata in condizioni di debolezza potrebbe trasformarsi in una vittoria strategica per Putin, anche senza una vittoria militare completa.
Il Cremlino punta a tre risultati: consolidare le conquiste territoriali, limitare la sovranità strategica dell’Ucraina e logorare la determinazione occidentale. Se gli Stati Uniti premono per un accordo rapido senza adeguate garanzie per Kiev, Mosca potrebbe ottenere vantaggi che la guerra, da sola, non le ha ancora assicurato.
La mia valutazione
Il punto più convincente dell’editoriale è la distinzione tra negoziare la pace e usare i negoziati per proseguire la guerra con altri mezzi. La disponibilità a sedersi al tavolo non basta a dimostrare una reale volontà di compromesso: contano le condizioni richieste, il comportamento militare e la disponibilità a garantire che l’accordo venga rispettato.
Esiste però anche il rischio opposto: prolungare indefinitamente il conflitto comporta altre vittime, distruzioni e costi per l’Ucraina e per l’Europa. Per questo, la questione non è scegliere astrattamente tra guerra e pace, ma capire quale pace sia possibile e a quali condizioni.
A mio giudizio, un accordo credibile dovrebbe evitare che la Russia possa interpretare una tregua come un’occasione per riarmarsi e riprendere l’offensiva in condizioni più favorevoli. Servono garanzie di sicurezza concrete per l’Ucraina, un sostegno europeo credibile e una posizione occidentale sufficientemente unita.
In definitiva, la lezione di Sequi è questa: la fretta di chi vuole concludere la guerra può diventare il vantaggio di chi non ha ancora rinunciato ai propri obiettivi di conquista.
23 ottobre 2026





