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Economia

Non solo l’Unione Europea ad un bivio, lo è anche l’Italia 1

La sensazione di una persona, democratica, non faziosa (come putroppo, sono molti elettori) è che la maggior parte degli italiani non è propriamente soddisfatta di quel che questo governo ha fatto in questi quattro anni, anzi, molte promesse (es. l’eliminazione delle accise sui prezzi dei carburanti, ecc.) non sono state mantenute, conseguentemente le opposizioni avrebbero avuto un’autostrada davanti e avrebbero potuto davvero pensare di poter vincere le elzioni politiche del 2027. Invece si stanno presentando incerte e si preparano a riconsegnare il Paese a chi male lo ha governato. Con Meloni al governo il debito pubblico è cresciuto di 463 miliardi dal 2022 al 12 ottobre 2026, così come registrato sul sito www.brunoleoni.it. Cosa suggeriscono nostri autorevoli commentatori? Sul finire della legislatura, poi, è intervenuta l’ennesima riforma della legge elettorale che dovrebbe favorire la coalizione che conquista solo un voto in più. Considerando che a votare vanno sempre meno elettori (es. le suppletive a Raggio Calabria hanno consegnato il governo della città a Forza Italia con partecipazione alle elezioni di un misero 22,3 % di elettori). Il segnale è inquietante.

La questione riguarda un problema centrale della democrazia italiana: come può un’opposizione trasformare l’insoddisfazione verso il governo in un’alternativa politica credibile?

Questo ragionamento contiene tre questioni distinte, che vale la pena esaminare separatamente:

  1. Il bilancio del governo Meloni: promesse mantenute e disattese, andamento del debito pubblico, potere d’acquisto, crescita economica e condizioni delle famiglie.
  2. Il comportamento degli elettori: essere insoddisfatti del governo non significa necessariamente voler votare per l’opposizione. Si può anche scegliere l’astensione, oppure non riconoscersi in nessuno dei partiti disponibili.
  3. La responsabilità delle opposizioni: costruire una coalizione non significa soltanto accordarsi sul nome del candidato presidente del Consiglio. Significa presentare un programma coerente, una squadra credibile e impegni verificabili.

È soprattutto il secondo passaggio a essere decisivo: il voto contro un governo e il voto a favore di un’alternativa sono due fenomeni diversi. Un’opposizione può beneficiare del malcontento, ma non ne diventa automaticamente la destinataria.

1. Che cosa dicono i dati sul debito pubblico?

Il dato citato, circa 463 miliardi di euro in più dall’insediamento del governo Meloni, è un indicatore importante. L’Istituto Bruno Leoni pubblica un contatore che stima l’evoluzione del debito sulla base dei dati della Banca d’Italia, aggiornando le proiezioni tra una rilevazione ufficiale e l’altra. Occorre quindi distinguere la stima del contatore dal dato ufficiale riferito a un mese specifico.

Un dato ufficiale rende comunque evidente la dimensione del problema: a giugno 2026 il debito pubblico italiano aveva raggiunto 3.207,2 miliardi di euro, secondo la Banca d’Italia.

Ma, per valutare correttamente l’operato di un governo, bisogna distinguere tre aspetti:

  • Debito nominale: quanti miliardi si sono aggiunti allo stock complessivo.
  • Debito in rapporto al PIL: quanto pesa il debito rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese.

Qualità della spesa pubblica: se le risorse prese a prestito finanziano investimenti produttivi e servizi oppure alimentano spese senza effetti duraturi sulla crescita.

Un governo non è responsabile di ogni singola componente del debito che eredita, ma deve rispondere delle proprie decisioni di bilancio e dei risultati ottenuti. Se il debito aumenta mentre la crescita resta modesta, il problema diventa particolarmente serio: aumentano i vincoli sulle future manovre e il peso degli interessi. È un rischio sottolineato dallo stesso Istituto Bruno Leoni.

2. Le promesse non mantenute: perché il malcontento non basta?

Prendiamo proprio le accise sui carburanti. Nel 2026 il governo è intervenuto più volte con riduzioni temporanee delle imposte, anche in risposta all’aumento dei prezzi energetici. Il decreto del 3 aprile, per esempio, prevedeva aliquote ridotte fino al 1º maggio 2026. Non si tratta però della loro eliminazione strutturale, che è cosa diversa da uno sconto temporaneo.

È qui che nasce una questione politica fondamentale: l’elettore può ricordare una promessa molto concreta, come pagare meno la benzina, e constatare che il risultato ottenuto è assai diverso da quello atteso.

Lo stesso criterio dovrebbe essere applicato a tutte le principali promesse: pensioni, tasse, sanità, sicurezza, salari e immigrazione. Non basta contare i provvedimenti approvati; bisogna verificare che cosa sia effettivamente cambiato nella vita dei cittadini.

13 ottobre 2026

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