Federico Rampini pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale scrive che nel passato, anche recente, a lungo abbiamo misurato la potenza di uno Stato contando divisioni, portaerei, testate nucleari. Oggi una parte decisiva della competizione fra Stati Uniti e Cina, così come fra Russia e Ucraina, Iran e monarchie arabe del Golfo, si svolge altrove: nelle fabbriche di semiconduttori, nei data center, nelle miniere di terre rare, nelle reti elettriche che alimentano l’Ai. La tecnologia non è un accessorio della potenza. Ne è la condizione essenziale. Oggi la sfida si fa, quindi, sull’intelligenza artificale.
Scrive Rampini: ”Gli Stati Uniti conservano un vantaggio. I modelli più avanzati continuano a nascere soprattutto nell’ecosistema americano, alimentato da Nvidia, Openai, Anthropic, Google, Microsoft e da una concentrazione di capitali e talenti che nessun altro Paese eguaglia. Ma la distanza si è ridotta. Soprattutto, la Cina ha scelto una strategia diversa. Il momento simbolico fu Deepseek, all’inizio del 2025. La sorpresa non consisteva soltanto nelle prestazioni raggiunte da un laboratorio cinese. Era il modello economico: costi inferiori e diffusione aperta. Da allora Alibaba con Qwen, Deepseek, Kimi, Minimax e altri protagonisti cinesi hanno moltiplicato i modelli scaricabili e modificabili”.
E prosegue: ”Qui si affrontano due strategie geopolitiche. L’America punta anzitutto sull’eccellenza. Openai, Anthropic e Google custodiscono i modelli più potenti come proprietà industriale, vendendone l’accesso attraverso abbonamenti e servizi cloud. La Cina punta sulla diffusione: offre modelli con «pesi aperti», cioè rende disponibili quei miliardi di parametri numerici che costituiscono, semplificando, il cervello appreso dall’algoritmo. Chi li scarica può far funzionare il modello sui propri server, modificarlo, adattarlo a una lingua o a un’attività specifica, spesso senza pagare licenze”.
Pert concludere: ”La gara del XXI secolo, dunque, non sarà decisa da una sola invenzione. Vincerà chi saprà mettere insieme ricerca, capitali, energia, microchip, minerali, fabbriche, talenti e capacità militare. L’america parte davanti nell’innovazione di frontiera. La Cina prova ad aggirarla con la scala industriale, i costi inferiori, l’open source e il controllo delle filiere. Nessuna delle due strategie ha già vinto. Nella prima Guerra fredda l’unione Sovietica scoprì troppo tardi che le testate nucleari non bastavano se l’avversario dominava computer, finanza, industria e consumi. Nella nuova Guerra fredda la lezione è la stessa. La tecnologia non decide soltanto chi sarà più ricco. Decide chi potrà stabilire le regole, controllare le dipendenze degli altri e, se necessario, combattere da una posizione di superiorità”.
La tesi di fondo
La competizione geopolitica globale tra Stati Uniti e Cina (ma anche tra Russia/Ucraina e Medio Oriente) si gioca ormai sulla tecnologia come fattore centrale di potenza: microchip, data center, terre rare, energia ed algoritmi di intelligenza artificiale contano quanto basi militari, droni e portaerei. La storia (dai conquistadores alla Guerra Fredda con l’URSS) dimostra che la superiorità tecnologica e industriale decreta i vincitori.
Punti chiave dell’articolo
- L’Intelligenza Artificiale e l’infrastruttura fisica:
- L’AI non vive nel vuoto: richiede un’imponente infrastruttura materiale fatta di microchip avanzati, minerali critici, data center, acqua per il raffreddamento e immense quantità di energia elettrica.
- Due strategie contrapposte: eccellenza vs diffusione:
- Stati Uniti (eccellenza e monetizzazione): aziende come OpenAI, Google e Anthropic sviluppano i modelli più potenti di frontiera e li mantengono proprietari, vendendo l’accesso via cloud o abbonamento.
- Cina (diffusione ed ecosistema globale): aziende cinesi (come DeepSeek, Alibaba con Qwen, Kimi) offrono modelli a costo ridotto e con “pesi aperti” (open source/modificabili). Regalare o rendere accessibile l’algoritmo permette a sviluppatori in Paesi emergenti (Sud America, Africa, Medio Oriente) di integrarsi nell’ecosistema tecnologico di Pechino.
- Rischi geopolitici e dipendenze:
- L’offerta cinese non è disinteressata: comporta rischi legati a censura politica, privacy e sicurezza dei dati, dato l’obbligo legale delle imprese cinesi di collaborare con l’intelligence di Pechino. Gli USA temono che l’Ai cinese diventi una vulnerabilità strategica globale, così come avvenuto per Huawei nel 5G.
- Il paradosso del “cortile recintato” (USA) e la sfida dei chip (Cina):
- Stati Uniti: devono proteggere le proprie tecnologie strategiche, ma come sottolineato dal CEO di Nvidia Jensen Huang, embarghi troppo rigidi rischiano di privare le aziende USA dei ricavi necessari per finanziare la ricerca e spingono la Cina all’autosufficienza.
- Cina: il vero ostacolo di Pechino resta la produzione autonoma di microchip di punta, controllati dagli USA e dai loro alleati (TSMC a Taiwan, ASML in Olanda). Huawei guida la corsa cinese per colmare questo divario.
- Iper-collaborazione tra Stato, Difesa e Silicon Valley:
- Negli USA si rivede la politica industriale degli anni della corsa allo spazio e di Internet: il confine tra tecnologia civile e militare è crollato. La Silicon Valley e startup della difesa (come Palantir o Anduril) lavorano apertamente a stretto contatto con il Pentagono.
Conclusione
La sfida del XXI secolo non sarà decisa da una singola invenzione, ma dalla capacità di integrare ricerca, capitali, energia, materie prime, catene di approvvigionamento e capacità militare. Come per l’URSS nella prima Guerra Fredda, chi domina l’ecosistema tecnologico-industriale stabilirà le regole del mondo e ne controllerà le dipendenze strategiche.
21 agosto 2026





