Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere dela Sera un editoriale nel quale riferisce dei problemi dell’amministrazione americana. Sono stati superati i 40 mila miliardi dell’indebitamento e quasi la metà delle tasse su lavoro e imprese sono stati utilizzati per pagare le cedole. E i cerotti messi da Trump non tengono. Ieri il mercato ha riportato i rendimenti dei bond sovrani a dieci anni sopra al 4,7%. Il sottosegretario Bessent ha detto che i nuovi riacquisti di bond potrebbero superare i 4 miliardi.
Scrive Fubini: ”Che Trump e i suoi inizino a temere il costo crescente del debito federale degli Stati Uniti, lo hanno rivelato varie mosse relativamente inattese di queste settimane. La più recente è l’annuncio di Scott Bessent, mercoledì, che presto raddoppierà a circa otto miliardi di dollari i riacquisti di titoli di Stato americani con scadenze fra i dieci e i trent’anni. La dichiarazione del segretario al Tesoro mirava a far scendere i rendimenti del debito sulle lunghe scadenze. La settimana prima che Bessent intervenisse così, un’asta di bond federali a dieci anni aveva fatto registrare per l’amministrazione i costi in interessi più alti dal 2007 e una vendita di bond a trent’anni ai costi più alti da un quarto di secolo”.
E prosegue: ”Era prevedibile che l’azione di Bessent non avrebbe funzionato. In primo luogo, per le sue entità modeste: quattro miliardi in più di riacquisti di titoli sono lo 0,01% di un volume di debito pubblico da 40 mila miliardi di dollari. Ieri il segretario al Tesoro ha provato di nuovo a sostenere il mercato del suo debito, dicendo che i nuovi riacquisti potrebbero superare i quattro miliardi. Ma non potrà funzionare, se non al contrario: adesso è la stessa amministrazione ad aver dichiarato al mercato dov’è la sua linea di difesa (rendimenti al 4,7%), dunque il mercato non potrà che metterla sempre più alla prova. Bessent dimostra tra l’altro che le quotazioni dei suoi bond sovrani ora sono imprevedibili e soggette a sbalzi, qualcosa di incompatibile con il loro status storico di beni rifugio e titoli sicuri. Alla lunga l’effetto, in queste condizioni, sarà di dover offrire rendimenti più alti”.
Pert concludere: ”Non doveva andare necessariamente così. Questo è un problema prodotto dalla mano dell’uomo e quell’uomo è Donald Trump, benché dopo il contributo decisivo dell’amministrazione democratica di Joe Biden. Di Trump è infatti la decisione di continuare con deficit da oltre duemila miliardi l’anno, al 6% del prodotto lordo statunitense. Di Trump è anche la scelta di scommettere che la crescita prodotta dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale magicamente possa rimediare agli squilibri della finanza pubblica, quando economisti di punta come Kenneth Rogoff di Harvard gli dicono che è del tutto inverosimile. Sempre di Trump è anche la decisione di procedere a una serie di tagli alle tasse concentrati soprattutto sui ricchi, nel primo e nel secondo mandato, che oggi costano al governo seimila miliardi di dollari al decennio. Sua è poi la decisione di attaccare l’Iran, senza comprendere il rischio che la Repubblica islamica avrebbe chiuso Hormuz, aumentando l’inflazione e dunque i rendimenti del debito in America e in tutto il mondo. Di Trump è infine anche la decisione di attaccare l’indipendenza della Federal Reserve e nominarne presidente Kevin Warsh, il cui rifiuto di spiegare come contrasterà l’inflazione ha già alzato ancora di più i costi del debito sulle scadenze dai dieci ai trent’anni”.
I dati sul debito Usa: il debito pubblico statunitense ha superato i 40 mila miliardi di dollari. L’ammontare per il solo pagamento delle cedole sugli interessi raggiunge i 1.300 miliardi di dollari all’anno, cifra pari al 42% dell’intero gettito fiscale su imprese e lavoro e quasi equivalente all’intero budget della difesa degli Stati Uniti.
Le contromisure del Tesoro e la reazione dei mercati: di fronte all’aumento dei tassi d’interesse a seguito di aste di bond federali con costi record, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato il raddoppio dei riacquisti di titoli di Stato (portandoli a circa otto miliardi di dollari). La mossa puntava a raffreddare i rendimenti sul decennale, ma l’effetto sui mercati è stato temporaneo e i rendimenti del bond a 10 anni sono rapidamente tornati sopra il 4,7%.
L’inefficacia dell’intervento: Fubini evidenzia come l’azione del Tesoro sia modesta rispetto alla mole complessiva del debito e finisca per mostrare ai mercati dove si trova la “linea di difesa” dell’amministrazione, rendendo i titoli sovrani USA più volatili e lontani dal loro storico ruolo di bene rifugio.
Le cause politiche ed economiche: la responsabilità di questa situazione non si può che attribuire alle decisioni politiche e alle scelte dell’amministrazione Trump (pur considerando il contributo dei deficit precedenti sotto l’amministrazione Biden): mantenimento di deficit annuali superiori a 2.000 miliardi di dollari (pari al 6% del Pil. Tagli fiscali destinati prevalentemente ai ceti più abbienti. Scommessa su una crescita guidata dall’intelligenza artificiale ritenuta irrealistica da diversi economisti.
Attacchi all’indipendenza della Federal Reserve e tensioni geopolitiche (come quelle legate all’Iran e al Canale di Hormuz) che alimentano l’inflazione e spingono al rialzo i tassi d’interesse globali.
Effetti globali: l’instabilità del debito americano si riflette sull’economia globale e sui mercati internazionali, influenzando direttamente anche i rendimenti dei titoli di Stato europei ed italiani.
21 agosto 2026





