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Esteri

La Conferenza per una pace in limbo

di Antonello Catani

La Conferenza per la pace, tenutasi a Sharm El Sheikh in Egitto, ha sigillato, almeno per il momento, la cessazione delle operazioni militari israeliane a Gaza e la liberazione da parte di Hamas degli ultimi 20 ostaggi israeliani ancora in vita. La contropartita è stata la parallela liberazione di circa 2000 detenuti palestinesi. Circa 250 di costoro erano colpevoli di omicidi e attentati terroristici e sono quindi potenzialmente capaci di ripeterli in futuro. Questo risultato, che restituisce alcune vite e impedisce, almeno per il momento, nuove devastazioni e perdite umane a Gaza, assieme alla scenografia di un Presidente-eroe inebriato di sé e attorniato da compiacenti comparse, è l’unica cosa reale su cui si può mettere il dito.

      Nonostante le trionfalistiche dichiarazioni di Donald Trump, che ha insistito numerose volte sulla pace ormai raggiunta (forse per sottolineare come lui si meritava il Premio Nobel), la Conferenza in questione ha infatti assicurato solo una fragile “tregua” ma non una “pace” effettivamente realizzata.

      La stessa composizione dei presenti al vertice testimonia del resto la stranezza di un accordo dove però i due reali contendenti non erano lì a firmare. “Altri” lo hanno fatto per loro. Il resto era infatti a tutti gli effetti un contorno scenografico. I suddetti “altri” sono ovviamente Donald Trump, l’egiziano El Sisi, il turco Erdogan e l’Emiro del Qatar. Ognuno di costoro possedeva e possiede forti strumenti di pressione nei riguardi sia di Israele che di Hamas. L’unico credito che si può dare per il momento a Donald Trump è pertanto quello di aver “imposto” la tregua al Primo ministro israeliano. D’altro canto, vista l’assoluta dipendenza finanziaria e logistica di Hamas da Istanbul e dal Qatar, il ruolo di questi ultimi nell’ottenere o meglio “strappare” il consenso di Hamas a una tregua e alla liberazione degli ostaggi è difficilmente sottostimabile. Le reciproche capacità di pressione o comunque le reciproche aspettative di questi tre Paesi spiegano la loro convergenza e azione congiunta. In quanto all’Egitto, la sua posizione geografica e storica è tale da rendere inevitabile il suo stretto coinvolgimento riguardo al destino di Gaza.

      Per capire meglio le suddette reciproche aspettative, basta pensare al ruolo della Turchia nel Mar Nero, a ridosso della Russia e dell’Ucraina, ma anche ai suoi annosi tentativi di ottenere aerei sofisticati (gli F-35) da Washington. Entrambi avevano e hanno qualcosa da chiedere e da dare. In quanto al Qatar, le sue relazioni con Washington ma anche con Hamas sono notorie. Non a caso, questo Paese è stato il principale supporto logistico e finanziario dell’organizzazione, ma nello stesso tempo ospita anche la più grande base militare americana in Medio Oriente (10.000 uomini). Non sarà a questo punto un caso che proprio in questi giorni Washington abbia acconsentito all’istallazione di una base militare di addestramento del Qatar nell’Idaho. Un do ut des in concomitanza con l’accordo?

      Il fatto che poi proprio la Giordania, dirimpettaia dell’Autorità Palestinese e Paese rifugio di almeno 2 milioni di Palestinesi, non sia stata una delle firmatarie della suddetta “pace” è un’altra delle stranezze dell’evento e conferma che essa non aveva nulla da offrire o da strappare. Caso mai, come in passato, essa ha da temere le ideologie estremiste e violente proprie di Hamas e a suo tempo del Fatah, che cercò di assassinare il Re Hussein e rovesciare il trono nel 1970. In quell’occasione, nessuno, neanche fra gli Stati arabi, sembrò lamentarsi per la brutale repressione portata avanti dal sovrano (10.000-20.000 morti palestinesi).

     Alle stranezze sopra menzionate va aggiunta la vaghezza, probabilmente intenzionale, dei 20 punti del piano elaborato dall’Amministrazione di Washington. Da nessuna parte emerge infatti un accenno chiaro e definito a un futuro Stato palestinese indipendente, entità che invece molti dei presenti alla Conferenza hanno già frettolosamente riconosciuto, anche se non si sa con quali confini. L’accenno a un governo tecnocratico provvisorio di Gaza, denominato “Consiglio della Pace”, presieduto da Donald Trump e con la possibile e incongrua partecipazione di un faccendiere come Tony Blair (promotore delle rovinose politiche immigratorie della Gran Bretagna), non promette nulla di rassicurante e comunque non reali autonomie agli abitanti di Gaza. Il punto 10, a sua volta, evoca scenari del tutto teorici di investimenti e proposte di sviluppo, ma non offre alcun chiarimento sulle attuali capacità di sopravvivenza economica di Gaza, salvo l’indefinita continuazione  di massicci sussidi di ogni genere.

      Mentre da nessuna parte emerga quindi una proiezione chiara di quali sarebbero i rapporti con l’Autorità palestinese, l’accenno alla ricostruzione di Gaza suggerisce che il coinvolgimento nelle trattative del genero di Trump, Kushner, non sia affatto una coincidenza. Anche lui è infatti un grande imprenditore immobiliare e il fatto di essere ebreo non gli impedisce tuttavia di avere ottimi rapporti sia con Riad che con Doha. Fino a che punto tutto ciò abbia a che vedere col pittoresco e faraonico progetto di Trump di trasformare Gaza in “una Riviera” per ricchi apparirà più chiaro in futuro.

      Mentre il disarmo di Hamas viene inoltre posto come uno dei presupposti della pace, i comportamenti di Hamas subito dopo la Conferenza e le varie esecuzioni pubbliche di dissidenti e supposti traditori mostrano come l’organizzazione non abbia nessuna intenzione di ritirarsi dalla scena e abbandonare il suo quasi ventennale ruolo di inamovibile tutore armato di Gaza, diventata di fatto un ostaggio inerme. E’ comunque sorprendente come nessuno sembri chiedersi come e tramite quali risorse e finanziatori l’organizzazione continuianche in questo momento  a sopravvivere ed a mantenere migliaia di membri e sostanzialmente a dettare legge Chi l’ha sostenuta per quasi due decenni e continua a sostenerla ancora finanziariamente e logisticamente (armi e quant’altro) era verosimilmente fra i presenti alla firma di pace.

       Tutti gli elementi sopra menzionati illustrano il carattere più scenografico che sostanziale del presunto accordo di pace, che lascia nell’ombra le radici stesse del conflitto in Palestina, e cioè, la radicata ostilità ideologica di molte comunità musulmane e arabe nei confronti di Israele. In apparenza, essa sembrerebbe essere puramente dovuta ad un’indebita occupazione territoriale. Tutto suggerisce al contrario che le estensioni territoriali siano solo una delle motivazioni e una sorta di accusa di comodo. Il fattore forse più profondo è che Israele rappresenta un’invisa spaccatura e un’interruzione non solo geografica ma anche culturale, religiosa, sociale e tecnologica nell’immaginario collettivo del Nord Africa e del Vicino Oriente musulmani. E’ tale spaccatura a fornire terreno e alimento ai fondamentalismi islamici che fanno facilmente presa sulle folle urbane, le pressioni delle quali, volenti o nolenti, anche regimi sotto le quinte più orientati secolarmente, come quelli saudita o egiziano, devono in qualche modo soddisfare.

       Un’ultima osservazione sembra comunque opportuna.

       Il parallelo di Gaza con la situazione in Ucraina è irresistibile: in entrambi i casi, rimane ostinatamente al potere un gruppo che persegue una strategia armata, senza rinnovate legittimità elettorali e che ostacola non solo nuove consultazioni popolari ma anche la strada della diplomazia. Allo stesso modo con cui il regime di Kiev è ideologicamente ostile alla Russia e repressivo nei confronti dei suoi stessi cittadini russi dell’est, allo stesso modo Hamas persegue il progetto dell’eliminazione dello Stato palestinese ed elimina i dissidenti. In ambedue i casi, il risultato di tale ostinazione è stato catastrofico per la popolazione civile, di fatto ostaggio, scudo e vittima prima di tutto dei loro regimi.

16 ottobre 2025