Massimo Gaggi ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale descrive un presidente americano sempre più condizionato dalla prospettiva delle elezioni di metà mandato (midterm), che, nel tentativo di difendere il consenso interno, compie mosse diplomatiche ed economiche che rischiano di indebolire ulteriormente la credibilità internazionale degli Stati Uniti.
Scrive Gaggi: ”. Un presidente che ieri, annunciata una (apparentemente inesistente) «tregua energetica» tra Ucraina e Russia ha subito lo schiaffo dal Cremlino che ha fatto bombardare centrali elettriche e impianti per la produzione di gas di Kiev. In questi anni ci siamo abituati ai comportamenti erratici, spesso irrazionali, di Trump, abbiamo preso atto della demolizione di ciò che restava dell’ordine internazionale nato dopo la sconfitta del nazifascismo. Abbiamo visto il presidente tentare di sostituire la diplomazia con un deal making nel quale lui impone le ragioni della forza militare ed economica degli Stati Uniti e presenta ai leader stranieri quella visione distorta della realtà, i «fatti alternativi», con la quale ha conquistato milioni di voti degli americani. Ma i suoi passi degli ultimi giorni segnano un altro salto di qualità nella perdita di credibilità di questo leader, e purtroppo della politica Usa, davanti al mondo”.
E prosegue: ”Intanto, però, i parlamentari repubblicani che fin qui hanno subito in silenzio gli scavalcamenti del Congresso da parte di un presidente che ha governato a colpi di ordini esecutivi della Casa Bianca, cominciano a farsi sentire. L’accordo sul diesel viene contestato da sei senatori che accusano apertamente Trump di aver concluso un patto illegale, visto che fin dal 2022 il Congresso ha vietato per legge ogni acquisto di energia dalla Russia e che ancora pochi giorni fa sono state approvate norme, firmate dallo stesso Trump, che prevedono sanzioni anche nei confronti dei Paesi che mantengono qualche rapporto commerciale con Mosca. E quattro dei sei firmatari della lettera che chiede al presidente di cancellare immediatamente quell’intesa sono senatori repubblicani”.
1. L’accordo con Putin sul diesel: pochi vantaggi per gli americani, benefici per Mosca
Trump cerca di contenere il prezzo dei carburanti negli Stati Uniti attraverso un’intesa con la Russia per la fornitura di diesel. Secondo gli esperti citati nell’articolo, tuttavia, le quantità previste sono troppo limitate per incidere realmente sui prezzi alla pompa.
A trarne vantaggio sarebbe soprattutto Mosca, perché l’accordo attenuerebbe gli effetti dell’embargo energetico. Nel frattempo, Putin smentisce nei fatti la presunta tregua energetica con l’Ucraina, colpendo infrastrutture elettriche e impianti del gas.
2. La guerra in Iran e lo scaricabarile sull’Ucraina
Secondo Gaggi, Trump cerca di trasferire su Zelensky la responsabilità dell’aumento dei prezzi di benzina e diesel, benché la crisi energetica sia legata alla guerra contro l’Iran.
Il presidente americano arriva anche a mettere in discussione la legittimità politica del leader ucraino. Queste mosse aggravano le tensioni con l’Europa e complicano ulteriormente i rapporti con Kiev, mentre la Russia continua a perseguire i propri obiettivi militari.
3. I repubblicani cominciano a prendere le distanze
Le difficoltà di Trump non riguardano soltanto la politica estera. Diversi candidati repubblicani evitano di apparire al suo fianco, mentre alcuni senatori del suo stesso partito contestano l’accordo sul diesel, giudicandolo incompatibile con le leggi che vietano gli acquisti energetici dalla Russia.
Questa opposizione segnala che il sostegno parlamentare al presidente non è più scontato. Gaggi sottolinea inoltre che Trump continua a tenere comizi e a rivendicare il proprio contributo elettorale, nonostante il calo della sua popolarità.
4. Il rischio di una paralisi istituzionale dopo le elezioni
Se i democratici conquistassero il controllo della Camera, ed eventualmente del Senato, Trump potrebbe trovarsi di fronte a un Congresso molto più ostile.
Il presidente potrebbe continuare a governare attraverso gli ordini esecutivi, ma il Congresso potrebbe approvare leggi in contrasto con le sue politiche. Trump avrebbe comunque la possibilità di opporre il veto, mentre un eventuale terzo procedimento di impeachment difficilmente porterebbe alla condanna, che richiede una maggioranza dei due terzi del Senato.
Il risultato sarebbe una fase di forte conflittualità istituzionale, con ulteriori conseguenze sulla capacità degli Stati Uniti di esercitare una leadership internazionale credibile.
5. Il dealmaking e il sospetto degli interessi personali
Gaggi non contesta in assoluto l’idea di utilizzare gli accordi economici per evitare conflitti: ricorda che la strategia dei «dollari al posto delle pallottole» ha precedenti storici.
Il problema, secondo l’editorialista, è che le iniziative americane in aree come il Golfo, Gaza e l’Ucraina sembrano rispondere più agli interessi economici della famiglia Trump che a un progetto coerente di pacificazione e stabilizzazione internazionale.
Si tratta di una valutazione critica dell’autore, che mette in discussione la finalità e la credibilità degli accordi promossi dalla Casa Bianca.
6. La superiorità militare americana è meno indiscussa
L’ultima parte dell’editoriale affronta un problema strategico di lungo periodo: la diffusione di droni economici prodotti in massa e di missili da crociera a basso costo mette in difficoltà un apparato militare americano basato anche su sistemi molto costosi, come portaerei, bombardieri e missili strategici.
Gaggi richiama inoltre:
- le difficoltà nel proteggere le basi militari americane sparse nel mondo;
- le perdite umane e materiali della guerra contro l’Iran;
- i costi economici del conflitto, stimati nell’articolo in quasi 40 miliardi di dollari;
- la necessità, per l’Arabia Saudita, di cercare nuove garanzie di sicurezza da altri Paesi, compresi Turchia, Pakistan, Regno Unito, Italia e Francia.
Questi elementi, secondo l’analisi proposta, rendono più difficile per Washington ricorrere nuovamente alla forza militare senza valutarne attentamente i costi e i rischi.
Il significato politico dell’editoriale
Il ragionamento di Gaggi si sviluppa attorno a tre questioni fondamentali:
Il consenso interno condiziona la politica estera
La ricerca di risultati immediati sui prezzi dei carburanti e di visibilità elettorale sembra prevalere sulla costruzione di accordi diplomatici solidi e duraturi.
Le istituzioni americane possono diventare un contrappeso
Le contestazioni dei senatori repubblicani mostrano che anche all’interno della maggioranza possono emergere limiti all’azione presidenziale. Un Congresso ostile potrebbe accentuare lo scontro tra i poteri.
La credibilità diplomatica e la forza militare sono collegate
Se gli alleati dubitano dell’affidabilità americana e gli avversari trovano strumenti militari sempre meno costosi per contrastare gli Stati Uniti, la loro capacità di influenzare gli equilibri mondiali può ridursi.
In conclusione
Il punto centrale dell’editoriale è che la politica di Trump rischia di indebolire contemporaneamente gli Stati Uniti sul piano interno, diplomatico e militare.
Gaggi mette in relazione le scelte dettate dalle esigenze elettorali, il deterioramento dei rapporti con gli alleati, la difficoltà di contenere Russia e Iran e la trasformazione tecnologica della guerra. A suo giudizio, non è in discussione soltanto l’efficacia di singole decisioni: è la stessa credibilità della leadership americana a essere messa alla prova.
La questione più importante è dunque questa: una superpotenza può conservare la propria influenza mondiale se i suoi accordi vengono percepiti come opportunistici, i suoi alleati dubitano della sua affidabilità e i suoi avversari imparano a contrastarne la superiorità militare a costi inferiori?
È questo il filo conduttore della «folle corsa» evocata nel titolo: la ricerca di vantaggi immediati potrebbe produrre conseguenze strategiche molto più durature delle convenienze elettorali che l’hanno ispirata.
13 ottobre 2026





